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domenica 10 maggio 2009

U TA VV-BdG parte IV, l'articolo


Tommaso Bisagno su "Il Quindicinale" del 7 maggio.

martedì 21 aprile 2009

U TA VV-BdG parte III, le foto

le mie
quelle di mario
quelle di mariano
quelle di ugo

U TA VV-BdG parte II, il resoconto

siamo partiti in 9 da Vittorio Veneto, di cui 6 intenzionati a percorrere l'intero tragitto previsto su per il Pizzoc, poi giù per il Gaviol, quindi attraverso Sella Fadalto e di nuovo su al Visentin, quindi su e giù lungo le creste del col de Moi, di Canidi, monte Crep, Cimone, Barbaria, Cesen e giù a Segusino per poi risalire il Massiccio del Grappa attraverso la dorsale Monfenera, Cima Tomba e Mandria, mulattiera del Boccaor quindi cima Grappa e infine giù a Pove e Bassano.
non nascondo che l'obiettivo era quello di bere l'aperitivo da Nardini! ;-)

nomi dei partecipanti:
Mario Marin (organizzatore e capogita)
Gabriele Bortolotto (il mitico Mudanda)
Fabio Granzotto (un giovane di 24 anni, molto ben promettente)
Matteo Grassi, cioè io
Moreno Piccin
Roberto Scandiuzzo

ad accompagnarci fino a sella Fadalto:
Alberto
e fino al pian de le Femene: Sonia e Antonio (per inciso Sonia compiva
giusto quel dì 40 anni).

lungo il percorso siamo stati accuditi da 2 angeli custodi:
Mariano e Ugo, che trasportavano dentro una grossa auto i nostri ricambi e le nostre scorte di viveri.

com'è andata:
ore 8.45 si parte, pochi minuti per risalire il corso e attraversare la piazza che iniziamo subito a salire per la scalinata e i tornanti di Santa Augusta, da lì poi con qualche tratto ripido, ma anche altrettanti di riposo, fino alla base del Pizzoc, quindi all'Agnellezza e con l'ultima non proprio indolore fatica fino alla sella del Pizzoc, con un vento gelido che in un baleno ci ha ghiacciato addosso le maglie sudate.
fatti i primi +1400.
indossate le giacche a vento e le ghette (chi ce le aveva) ci siamo immersi nel bianco della neve, sprofondando quanto basta per andare piano, ma non tanto da rendere la fatica impossibile. bello il tratto di bosco fino a sbucare su una parete strapiombante sulla valle. di sotto i manufatti giganteschi dell'autostrada, dall'altra parte la parete del Visentin che ci attende.
siamo al Gaviol. discesa ripida e delicata lungo un canalino roccioso, con tanto di passaggio, per fortuna!, attrezzato di corde fisse e passerella in acciaio. poi una discesa fra ghiaie, o crode, rotolanti e massi e radici. insomma una discesa che se non affrontata con la dovuta cautela oltre che le gambe rischia di spaccarti un po' tutto.
sella Fadalto ore 13 circa. ritroviamo per la prima volta l'auto con i nostri angeli. c'è chi si cambia la maglia, chi i calzini o le scarpe, ma soprattutto ci si reidrata con bevande isotoniche e si spizzica qualcosa: un po' di crostata, merendine, barrette, gel. tutto nella norma.
attraversiamo la valle e prendiamo a salire prima per stradina poi per sentiero mozzafiato i circa +1300 metri di dislivello che ci separano dalla sommità del colle.
inizia la neve ma è compatta e si sale bene, c'è un vento gelido e sul Pizzoc è tutto nero, tuona, lo stesso in val Belluna, sopra di noi no, per fortuna è sereno, o quasi, solo ogni tanto qualche goccia portata dal vento. si arriva in cresta sempre con una vista ampia che va dal bellunese a Vittorio Veneto. si vede benissimo la valle, l'autostrada, ovvio, e i piccoli paesi, Serravalle..., ma anche Fregona ai piedi del Cansiglio.
arrivati su c'è ancora un bel pezzo da attraversare per arrivare al Visentin e all'omonimo rifugio. ma quando arriviamo... ci sono già Ugo e Mariano che ci aspettano sbracciandosi, poi entriamo nell'ATRIO, altro che atrio, tutto nero, non si vede nulla, camminiamo a tentoni per non sbattere o inciampare, poi tre lumini (normalissime lampade a basso consumo), ma tant'è, venendo dal bagliore di fuori ci vuole un bel po' per abituarsi.
il gestore è cordiale anche se ci attendeva, chissà perché? per l'una, saranno invece almeno le 15.30.
ci ha preparato una pignatta di minestrone, bello carico, con tanto di musetto. ma come non bastasse lo si addiziona di pane e tanto ma tanto formaggio. c'è anche chi opta per panini (soppressa e formaggio, ovvio!) e comunque tutti ci si ristora con una modica quantità di birra. da non crederci, almeno per me, nuovo di queste esperienze. ingurgitare quella roba (ben di dio si intende, ma con che digeribilità?).
si riparte, non tanto di slancio, ma si riparte, in discesa, dove già alle prime curve ci si ferma a fare un po' di pipì, sulla neve: O_O
ma che roba è quella? siamo malati??
giallo zafferano. ah, gli integratori!
al pian de le Femene salutiamo Sonia e Toni che ci hanno fin qui accompagnati. non ricordo bene se erano le 17 o anche più tardi.
ci rifocilliamo ancora (non abbiamo gran fame, ma sappiamo che abbiamo ancora un tratto facile davanti e allora va bene così per reintegrare e fare scorta. la discesa al passo San Boldo è bella, già nota a chi ha partecipato al gran Raid delle Prealpi lo scorso anno, con la differenza però che qui, ora, non c'è un filo di nebbia, anzi l'aria è pulitissima e giù sotto risaltano i colli che da Vittorio Veneto costeggiano la nostra montagna fino a Valdobbiadene, la zona del prosecco, ma anche i vari paeselli e i laghi di Revine.
a passo San Boldo il cielo si fa scuro, inizia ad imbrunire. Ugo e Mariano si stanno giustamente rifocillando, manca poco alle 8, in trattoria. ma mangiano in fretta per venire a prepararci ancora panini e a farci compagnia. che angeli!
siamo quasi pronti con addosso indumenti leggeri e quelli pesanti, per la notte, nello zaino. ma in pochi istanti vien subito freddo e allora ci sia aggiunge uno strato, ma non si fa in tempo a finire che ora è buio e serve subito la lampada. insomma, altri 10 minuti per mettersi addosso ed equipaggiarsi al completo per la traversata notturna.
e si va in salita. per comoda stradina, poi per sentiero nel bosco. si sbuca in alto in un sentiero un po’ esposto, ma emozionante, con tutte quelle lucine là sotto. poi facciamo un tratto sul versante nord, Vallon Scuro, e risbuchiamo sul crinale alla forcella Foran, da qui in poi per ripida cresta in vetta al col de Moi. sono le 22, c'è vento, sotto le luci della civiltà, in alto quelle eterne del firmamento. la croce a traliccio metallico illuminata dalle frontali, Gabriele che firma per tutti il libro di vetta. poi spegniamo le lampade e ammiriamo le stelle.
si riparte per Praderadego, in discesa e poi di nuovo in salita, bella dura, verso Canidi e da lì un tratto monotono e infinito fino alla forcella della Fede, monte Crep. Ci siamo un po' sgranati, già sulla salita e poi su questo lungo saliscendi. ci fermiamo alla malga, chiusa, per aspettarci. Arriva Roby, mesto, e dice che ha intenzione di fermarsi, di mollare. i seguenti chilometri li spendiamo per fargli cambiare idea, ma è vero non ne ha più.
entrati in rifugio all'una di notte si muove al rallentatore ed è pallido. si mette vicino al fuoco tutto bardato per riscaldarsi. anche noi abbiamo patito il freddo della notte. il gestore rimasto sveglio ad aspettarci scambia due parole e ci porta un tè caldo, poi dello strudel con panna e perché no una birretta.
intanto Ugo e Mariano, che dormivano in camera, si sono alzati per venirci a salutare, sempre più angeli.
un abbraccio a Roby, noi si riparte e di buona lena, su per il Cimone e il monte Grava. da qui avremmo dovuto proseguire dritti verso malga Mariech, ma la neve ghiacciata e i pendii ripidi ci fanno spostare in cresta e da qui, come continua a ripetersi Mario, "un susseguirsi a catena di valutazioni approssimative", ci hanno fatto imboccare prima una stradina in leggera discesa, poi scendere un ripido bosco, poi infilarsi senza un vero motivo in un infido canalino impestato di rami di rocce e di cumuli di neve profondando fino alla cintola, fino a che non ci siamo trovati di fronte la strada sbarrata da una parete rocciosa. la risalita è stata faticosa, non tanto per il dislivello, non tanto per la neve, ma perché ormai era evidente che l'obiettivo era sfumato. e dopo un lungo peregrinare lungo nuove strade e tracce, a volte con un rinnovato briciolo di speranza, ci ritroviamo, ormai alle luci del mattino, a ripercorrere i nostri passi della notte fonda e a ritrovarci davanti, come in un film di Tarkowskij, il rifugio di Posa Puner.
non ci rimane che fare colazione e chiamare i nostri angeli, già in strada per venirci a trovare sul Toomba, per farci condurre giù con l'auto.
mesti mesti ci infiliamo stretti nell'auto che ci conduce a Segusino, a casa di Vanio che ci attendeva già all'alba con caffé, dolcetti e qualche boccia di vino.
al che estraiamo tutti i viveri che non abbiamo consumato e facciamo banchetto.
nonostante tutto siamo sereni, un po' d'amaro in bocca è rimasto, ma l'esperienza è stata talmente bella ed emozionante che ci fa dire subito: quand'è che ci ritroviamo per completarla?

U TA VV-BdG parte I, il video



scarica il video in alta risoluzione (47MB), clicca QUI

lunedì 24 novembre 2008

TA dell’anniversario al Col de Moi... detto e fatto!



Il termometro oscilla fra i 2 e i 3 gradi sotto lo zero per tutto il tragitto, ma quando ci infiliamo nell’abitato di Valmareno guardiamo sbalorditi il display: -5, gulp!
Diamo anche un’occhiata anche all’orologio e constatiamo all’unisono “mi sa che siamo in anticipo”, ma usciti dal dedalo di stradine scure, abbagliati dalla parete bianca della parrocchiale illuminata dal sole, vediamo un brulicare di runners infreddoliti, sul piazzale lastricato del parcheggio.
“Ehi, Roby, ma chi è tutta sta gente?”, scendiamo.
Uno alla volta riconosciamo le facce dei vari Mudanda, Checo, Micetto, i Veneziani..., ma anche con grande sorpresa un bel po’ di facce nuove che, grazie al passa parola ... “sai Roberto da Fregona...”, “Me ne ha parlato Stefano da Vittorio...” sono venuti a provare l’esperienza dei TA, ad un anno esatto dalla loro nascita proprio qui a Valmareno e al
Col de Moi.
Si scatta una foto di gruppo e poi via, a risalire la dolce china della vallata, seguendo le tracce dell’antica strada militare romana Claudia Augusta Altinate. Francesca scatenata tira il gruppetto, saltellando leggera nel manto spesso di foglie secche fruscianti, fra i castagni maestosi, lungo i sentieri antichi scavati dal tempo, al cospetto di suggestivi monoliti che hanno ispirato leggende di diavoli ed anime, ma che ancora oggi sanno emozionare e trasmettere paura o meraviglia.


Si va su a gruppetti più o meno svelti, ma arrivati a Villa Toti ci si aspetta tutti, godendo del tiepido sole e delle piacevoli “ciacole” in compagnia.
Alla ripartenza è la volta di Cesta che tira il gruppo sgranandolo subito come un rosario. Va su che è un vero piacere, così dopo un po’, con la scusa di controllare il gruppo, mi faccio da parte e lo lascio in compagnia di Ivan (reduce dal Campionato Mondiale di 24 ore in Corea, 16°!) e del forte Sergio.
Aspetto Ciano, Marietto, Francesca, Geogeo3 e andiamo su con calma, facendo zigzag dentro e fuori dal bosco, poi su diritti per la massima pendenza, con gradini incavati nel prato, a raggiungere la cima e la suggestiva croce di metallo che la corona.
Firmato il libro di vetta ci deliziamo a guardare le Dolomiti Bellunesi abbondantemente innevate.

Ma poi riscendiamo un po’ a sud, perché il vento fa ghiacciare il sudore sulla pelle e distesi sul prato, baciati dal sole, ci godiamo uno dei più bei momenti vissuti in un anno di TA.
Mi spiace un po’ per gli ultimi a risalire perché li costringiamo ad una rapida foto e poi giù in picchiata per la cresta orientale. Guido io stavolta e vado svelto, ma sento un passo pesante che mi incalza alle spalle. Non serve nemmeno che mi giri perché so già chi è: è quel bisonte instancabile di Gabriele-Mudanda. Come fa? boh!

Raggiunta Forcella Foran un brevissimo stop: indico la via e tranquillizzo i più scettici. “niente paura, è ripida, sì, è tecnica, ma non è pericolosa. l’abbiamo fatta l’anno scorso col bagnato e quest’anno è tutto asciutto sarà una passeggiata”.
Pronti? via! Ci precipitiamo come sassi che rotolano giù per la timida traccia.
Ma, altro che passeggiata! Frr, Frr, Sguisch, Sguisch... Affondiamo piedi e caviglie nel letto di foglie. Così secche, che ci costringono a pattinare, come sul ghiaccio. Non c’è suola, né imprecazione, che tenga.
Io vado cauto per preservarmi il tendine convalescente. Altri rallentano per pura prudenza, ma c’è anche chi impavido raggiunge ritmi elevati, con tanto di balzi e acrobazie spettacolari.
Geogeo3 va giù “a scatti”, proprio così: accelera e, velocissimo, se ne va, ma poi si ferma, si volta e... clic! per il dovere della cronaca.
Ci ricompattiamo un’altra volta all’intersezione della provinciale asfaltata. Da lì abbandoniamo il centro della valle per spostarci sul versante orientale che tagliamo in costa con suggestivi passaggi: piccole gole, sorgenti e ruscelli, boschi ombrosi e soleggiati, pareti rocciose e strapiombanti; fino al Castello di Cison, Castelbrando. Ancora pochi metri di discesa e finalmente siamo giù tra frutteti e prati a riaddentraci nelle strette vie. Ecco la piazza e le nostre auto.
Gran bel giro ragazzi, grazie a tutti! È stato uno splendido anniversario.
Ai TA... mille di questi giorni!
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le FOTO sono una selezione fra quelle scattate da: checo, geogeo3, carlo lamonato.

martedì 18 novembre 2008

TA anniversario - Col de Moi - 23.11.08




TRAIL AUTOGESTITO DEL 1° ANNIVERSARIO

al C O L D E M O I


DOMENICA 23.11.08 - ore 8.45 Valmareno (Tv)


LINK

lunedì 9 giugno 2008

TA - LUT, prova percorso


(c) francesco - checo - zanchetta

sembra un ritrovo di vecchi amici quando scendo dall’auto ancora in moto nel parcheggio della villa gregoriana.
checo, micetto, elisa, titanciano, cris, simone, matteo, ilenia, stefano... saluti, sorrisi, strette di mano vigorose e pacche sulle spalle. e anche qualche bacio-abbraccio, ormai si sa com’è.
fra una battuta e l’altra levo le braghe lunghe, lego le scarpe, stringo la cintura con la borraccia in vita, la bandana in fronte... ecco fatto, sono pronto. gabriele invece ha tutti i suoi rituali, lenti e ineludibili. metti il pareo, leva il pareo... metti questo, cava quello... eh già, è così il mudanda (di nome e di fatto).
chiacchiero un po’ con i due ragazzi di cavalese (o canazei?), poi partiamo tutti in gruppo, siamo una ventina, e dopo pochissimi metri si inizia a salire nel bosco. è umido, molto umido ma per nulla freddo, c'è quell’aria pesante che ti fa sudare e che rende il respiro un po’ pesante. è bello e suggestivo questo primo tratto, ma subito duro, non solo perché è bagnato, ma anche perché non è un vero e proprio sentiero ma una risalita selvaggia tracciata dall’ottimo giocai. cic ciac, i piedi sprofondano nelle pozzanghere melmose, sguisc scivolano sui tronchi viscidi e sulle rocce.
poi il sentiero si fa facile e corribile e ne approfitto per corricchiare-chiacchierare con i compagni d’avventura. sarà anche per questo, ma il tiro di 1000 metri D+ passa in un attimo, eppure l'orologio sostiene il contrario.
siamo al rifugio città di carpi e nel cielo grigissimo i gracchi svolazzano alla ricerca di cibo. noi ci si rifocilla un po’. c'è chi azzanna un panino, chi una barretta, chi tranci ciclopici di pizza margherita.
io mi accontento della minima razione k che mi sono concesso: 5 albicocche secche accompagnate da qualche sorso di borraccia.
alcuni del gruppo sono un po’ impazienti e all’arrivo del mudanda, ultimo in questo primo tratto e un po’ in difficoltà per disturbi vari, scalpitano per ripartire e se ne vanno. legittimo, per carità, solo mi infastidisce qualche battuta poco simpatica e poco in sintonia con lo spirito dei TA (ci si adegua al ritmo del più lento).
comunque sia, ora piove e il k-way è d’obbligo per ripartire in discesa. 7 km di facile e costante discesa con ottimo fondo, a parte pochi di sassi su in alto, fanno sì che questo tratto sia per definizione corribile, ma meglio andare tranquilli e non fregarsi le gambe che la seconda salita si annuncia, già sulla carta, molto impegnativa (D+ 1400).
eccoci in fondo alla val marzon ed ecco il micetto che arriva in derapata, inclinato come rossi al moto-gp. infine è la volta di mudanda con una faccia sempre più scura e tenebrosa, non se la sta passando affatto bene! iniziamo a salire lungo un primo tratto d’asfalto che mi fa storcere il naso, ma subito dopo la salita riprende ad essere sufficientemente "trail". ci accompagna, sempre più forte, il rombo del torrente che in basso a destra, come una lingua biancastra e spumeggiante, si dimena indomito e un po' incazzato. simone celia, non ce la faremo mai a guadarlo. e invece eccoci lì a saltare più volte sui massi bagnati, op-là. attraversiamo i suoi diversi rami che confluiscono a valle. dopo l'ennesimo guado è la volta di una sosta nel tabià, una piccola costruzione in legno, ottimo riparo per una pausa ristoratrice. tutti che mangiano allettanti leccornie e mi invitano ad assaggiarle. io resisto e rifiuto, no grazie. arriva anche mudanda che si poggia pesante sulla panca al mio fianco e senza troppi complimenti mi frega la borraccia, ci versa dentro i suoi sali e me la prosciuga (questo sì che è galateo!). ma non è un problema perché l'acqua certo non manca da queste parti e in particolare oggi con ruscelli un po' ovunque. ripartiamo quindi e attraversiamo ancora il torrente. solo che stavolta non ci sono santi, va guadato alla buona, dritto per dritto, senza balzi né saltelli senza scampo alcuno per i piedi che si immergono nell'acqua gelata. mancheranno ancora 400 metri di salita o giù di lì e sento il ginocchio destro che inizia a dolere (evidentemente non sono ancora guarito, penso bestemmiando) e così, a testa bassa, salgo col mio passo, cercando di non forzare. lento, ma senza soste arrivo su per primo fermandomi all'incrocio con il sentiero che taglia orizzontale la montagna. mi fermo ed ecco checo che in un attimo mi raggiunge. destra o sinistra?, sicuramente destra, ma meglio aspettare. vediamo qualche giacca colorata in alto da quella parte, ma non capiamo se si tratta di qualcuno che sale oppure che scende, o tutt'e due le cose. poi guardiamo in giù e vediamo vari punti colorati di giallo, di arancione, di rosso, di blu... sono gli altri del nostro gruppo che effettivamente sono rimasti un po' indietro. poi li vediamo risalire per la balza erbosa, ci sono quasi... ma ecco il cielo che miracolosamente apre ampi squarci di blu intenso e noi ci perdiamo a rimirare e a chiacchierare mentre il tempo scorre. "ehi, ma qua non si vede nessuno". allora ci risvegliamo e di colpo capiamo che sono andati a sinistra e non a destra, tagliando sotto lo sperone ai nostri piedi. presto li raggiungiamo rendendoci conto che se aspettavamo ancora un po'...
il panorama è mozzafiato e, fra i ghiaioni e i residui nevai, si ergono maestose le vette più alte. attraversiamo alcuni brevi campi innevati qualche dosso su e giù, un po' d'acquitrini e ci infiliamo in una trincea con pareti di neve più alte di noi. eccoci in alto, alla forcella lavaredo ed ecco finalmente, superbe e maestose, le tre cime.
un respiro un po' affannato e un passo di corsa affrettato, ecco elisa che sprizza entusiasmo sbuffando "è bellissimo qui". altra pausa, contemplativa e d'obbligo ovviamente.
ritroviamo anche titanciano che, fuggito coi primi, li aveva poi persi a sua volta e dopo aver un po' girovagato insieme ad altri (era andato a destra sù al rifugio comici, ecco chi era) ci ha raggiunto in piena crisi di fame.
io intanto me la vedo brutta perché non riesco più a correre e a piegare bene la gamba. ma non demordo e appena posso mi avvantaggio camminando svelto lungo gli ultimi saliscendi e poi giù per l'arghena. ma ecco che come un falco mi raggiunge il mudanda, ora in splendida forma (!). mi chiede come va e mi incoraggia a non mollare.
anche se non corro riconosco che il sentiero un po' impegnativo, ma niente paura non è pericoloso, solo un po' tecnico. e mentre cammino dolorante uno alla volta mi passano tutti: mudanda, teomat, titanciano, riczac, elisa, micetto... una volta in fondo alla discesa però riesco ancora a non essere ultimo. il mio pensiero infatti era d'essere un peso per gli altri.
poi, una volta al casello della strada a pedaggio, io, insieme a ilenia, anche lei non troppo in forma, tagliamo giù per la strada asfaltata (più facile e breve) in modo tale che ci ritroviamo simultaneamente alle auto in sosta giù in fondo al lago di misurina.
per fortuna troviamo un passaggio per scendere subito alla villa gregoriana. guida un ragazzo di belluno (anche lui uno di quelli sperduti e poi ritrovati).
il giro è stato splendido, la compagnia di più. non è bastato il male lancinante al ginocchio per guastare il piacere di una giornata così speciale. solo, devo ammetterlo, alla fine ero un po' nervoso e in ansia. erano già le 17 cioè più o meno l'ora in cui sarei dovuto essere a casa dopo aver recuperato il bimbo dai nonni. insomma avevo un ritardo di almeno 3 ore sulla mia presunta tabella di marcia. arrivati all'auto allora cerco con foga il cellulare nella borsa. chiamo selena.... tuuuut, tuuuut:.... fiuuuu! è tutto ok, è solo un po' stanca sì, ma tranquilla. e vico è dai nonni che mi aspetta, senza obiettare.
più o meno è nella stessa situazione anche gabriele e così rifiutiamo all'unisono l'invito di simone a un terzo tempo benfatto, a casa sua. ci spariamo allora un paio di panini al formaggio con il buon titanciano e in gran velocità qualche striscia di crostata alla frutta fatta da mia suocera (autentico doping). poi si riparte di gran carriera e si rientra nella vita di tutti i giorni. due ore dopo ludovico mi abbraccia e mi si accoccola intorno spalla. io chiudo gli occhi e rivedo quelle montagne. allora gli domando: ci verresti con me lassù sulle montagne dove ci sono le vette aguzze?
...
foto di francesco - checo - zanchetta
foto di riccardo - riczac - zaccaria
foto di simone brogioni
foto di matteo - teomat

domenica 23 marzo 2008

6° TA _ 1,175 km in verticale _ Crespano - cima Grappa _ e l'ovo?



Bisogna proprio essere pazzi a organizzare un Trail Autogestito alla vigilia di Pasqua. Non c’è dubbio. Ed è ancor più da pazzi parteciparvi e immolare alla corsa almeno 7 ore fra viaggi, corsa e ristoro finale.
Mogli incazzate o rassegnate, mogli incinte, figli irrequieti e scalpitanti a casa ad aspettare... E noi lì che ci divertiamo a sudare e a fare fatica.
Roba da matti!?
I muscoli si gonfiano come palloni, pulsano e bruciano, le gambe si piegano e si distendono potenti come leve meccaniche, superando gli enormi massi, gli scalini di roccia, le balze di terra fra le radici affioranti. Le braccia afferrano impazienti i tronchi sottili dei giovani alberi, le mani annaspano cercando equilibrio nei tratti più ripidi e sconnessi.
Una vera scalata questa ‘direttissima’. Almeno finché non si è fuori dal bosco.
Il sole filtra attraverso le nuvole basse e accende la neve di una luce omogenea e pura, senza macchia e senza ombra. Ed è difficile correre rimanendo in equilibrio sul suo manto duro e abbagliante, appena ravvivato da una spolverata di freschissima polvere bianca.
In alto la nebbia, fitta, fittissima. Che se non ci fosse il rifugio a pochi passi sarebbe d’averne paura. Ma a tentoni ci ritroviamo e ci raduniamo, infreddoliti, bagnati, esausti nella sala Cai del rifugio Bassano. C’è tempo e voglia anche per un tè caldo o una barretta energetica. Poi, tutti in gruppo, a onorare la cima della montagna, nonostante la neve che fiocca sottile. Ma non si vede oltre i 10 metri dal naso, peccato, penso in cuor mio. Ma ecco che le nuvole si spostano e lasciano filtrare un sole caldo che rischiara e riscalda. S’intravede l’azzurro del cielo e i cippi che si ergono come sculture dal pendio innevato. L’ombra, ora decisa, disegna le forme e dà rilievo alla superficie scabra della pietra.
Una breve sosta alla cappella della Madonna. Chi si fa il segno di croce, chi ne approfitta per un attimo di raccoglimento. Poi giù verso il monumento al partigiano. E qui è stata emozione vera. La poesia incisa, la stretta fessura scavata nella roccia e la scultura di passione che pare urlare rabbia e dolore, la grotta dove s’è consumato il sacrificio coperta e nascosta da uno spesso cumulo di neve.
Fango e neve rendono la discesa impegnativa. Ci si lancia giù con cautela e brivido fino alla malga da dove ha inizio la discesa finale. Una mulattiera di sassi che scende a tornanti e pendenza costante nel bosco. Nove chilometri per far girare la gambe. Nove chilometri senza tregua. Nove chilometri per godere del silenzio del bosco. Nove chilometri per stare un po’ soli e gustare questo magnifico boccone di libertà, di gioia e soddisfazione.

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Note finali.
Eravamo in 13. Da Bassano, da Cornuda, da Meolo, da Padova, da Venezia (e isole) e addirittura da Bergamo.
Il Terzo tempo (ristoro finale, autogestito) eccezionale anche stavolta. Grazie, in particolare ai veneziani. E mi pare sia stata gradita la ‘sorpresa’, annunciata e neppure tanto segreta, delle uova sode. ‘Ovi duri’ di Pasqua sì, ma personalizzati per questo 6°, encomiabile TA.
Grazie Roby, Mudanda, Duroamorire, Robizam, Tetano, Titanciano, Dartagnan, O’Sandro, Silvia, Teomat+ragazza e papà (di cui, me ne scuso, ma non ricordo il nome).

>>> le foto, l'altimetria e la mappa

A seguire, il resoconto secondo MUDANDA.
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Beh due righe su ieri le scrivo volentieri perché si sta formando un bel gruppetto di persone con le quali mi trovo molto bene....

Sono le 6:30 uno sguardo nella culla dove vedo la pace assoluta e poi apro la porta di casa destinazione "TA km verticale". La apro con un senso di rassegnazione, ho ancora negli occhi le previsioni del tempo della sera prima e nelle orecchie il solito "ma dove c...o vai con quel tempo" di mia moglie....e SORPRESA niente cielo grigio, niente pioggia, anzi un bel sole si affaccia all'orizzonte e penso "baciati dal sole...che culo!". Arrivo a casa di Roby due battute, quattro "ciolte" in attesa di Emme che arriva poco dopo. Chiedo ragguagli sulla salita "..ma saranno 7 km 1000 m D+" penso "beh circa come il Summano....ok ok niente di sovrannaturale". Al parcheggio ci attendono il Teomat, Duro a morire e "I fioi dee barene" privilegiati dalla presenza del mitico Dartagnan. Pronti via e si parte "baciati dal sole"...e subito mi rendo conto qualcuno non me la aveva raccontata giusta sulla salita. L'ascesa è modello "non ti molla mai" da fare in apnea ignorando i segnali di esplosione imminente che ti arrivano da quadricipiti e polpacci. Verso i 1500 m il sole non ci bacia più e veniamo avvolti dalle nuvole. La temperatura si fa più frizzante e la "neve a chiazze" che Roby aveva preannunciato è una questione di interpretazione...cioè se si considera una chiazza delle grandezza di tutta la cima dai 1600 m in su....OK CI SIAMO. Ma "avanti come elefanti" il gruppo si ricompatta al rifugio un thè caldo, 4 battute e via visita trail sotto un leggera nevicata all'ossario e al monumento al partigiano. Foto di rito ed ecco rispuntare il sole. Quindi giù per questa lunghissima discesa, c'è chi la prende di buon passo e c'è chi la fa chiacchierando in prefetto stile TA. Arrivati alle macchine non ci resta che dare inizio alle danze dal terzo tempo con il botto di una bottiglia aperta alla salute di Gioia. Le ultime parole le dedico a Roberto, che questa volta non è riuscito suo malgrado ad essere dei nostri per impegni di lavoro, perché è grazie a persone come lui se noi possiamo muoverci liberi e protetti. Roberto alla prossima!

lunedì 25 febbraio 2008

into the sky - il 5° trail autogestito, "le cinque creste di vittorio veneto"



che corsa! se dovessi scegliere il più bel percorso fra i quattro trail autogestiti cui ho partecipato, be' non avrei dubbi. sicuramente voterei questo, "le cinque creste di vittorio veneto". a dir poco stupendo, ideato da stefano e gianni, i cimbri dell'ecomaratona, e duro, molto duro: 1750 metri di dislivello positivo in poco più di 20 chilometri. su e giù per i colli, nei boschi e nei prati, fra le rocce e i primi fiori (di erica e di viola), e poi su a correre in cresta sul filo del rasoio, a toccare il cielo ...

ma non precipitiamo, non facciamoci prendere dalla fretta di raccontare tutto subito e partiamo, come si conviene, dall'inizio, per procedere poi, come fa un vero trailer, con il ritmo giusto...

che l'inverno stia ormai finendo lo si capisce anche dal sole, già alto alle 7 e mezzo quando salgo in macchina per andare a cornuda alla volta di roby e del fratellino giorgio, il fioldelbosk. ma l'inverno ha ancora qualche cartuccia da sparare e, con un colpo di coda, ecco una delle ultime gelate.

occhei... stop! scendi dall'auto e gratta i finestrini. fortuna che lo strato è leggero e dopo un'attimo sono lanciato sul rettifilo della feltrina.
- con quale andiamo? -, - e me lo domandi? - rispondo a roberto. - con quella nuova, del fratellino, così la proviamo -. dodge caliber, mai sentita, un macchinone grigio... ma poco importa è spaziosa, comoda e ha un'impianto stereo da paura!
al solito cazzeggiamo parlando del più e del meno, di corsa e di corse ovviamente, ma anche di ciò che, a dire il vero, più d'ogni altra cosa anima i nostri istinti (siamo alle solite).

passiamo il ponte nuovo sul soligo, superiamo refrontolo e in un'attimo siamo in piazza a vittorio veneto, anzi a ceneda [1].fa un po' impressione parcheggiare di fronte alla loggia del sansovino, tra la facciata del duomo e la bella fontana coi putti in cima alla scalinata. sembra quasi di profanare un salotto buono, ma ci si abitua subito. questa oggi è la nostra piazza, casa nostra, forte no?

i più del gruppo sono già lì che c'aspettano. ci guardano con le facce un po' stranite. chissà perché? saranno un po' infreddoliti, forse. si scende dall'auto, i soliti saluti e roby attacca con battute da caserma. ma ecco che arrivano mudanda e i veneziani. siamo tutti, ci contiamo, mi annoto i nomi: 27. però!

pronti? via. su per stradine e sentiero a zigzag verso il castello dei vescovi [2], il primo santuario e la prima delle cinque creste: il colle san paolo. il sentiero è ripido ma si va su tranquilli parlando anche un po' di cinema, di archeologia e di leggende.
di nuovo compatti si scende per un bosco dove ringrazio la new balance per l'ottimo grip delle mie nuove pepè da corsa "off road".
ma non c'è tanto da scherzare perché le creste sono 5, quindi si passa subito alla seconda.
..zzo che salita! su per le rocce con salti, balzi, passi da gigante, ampi e muscolari step, ma anche tirandosi su con le braccia, con tutta la forza, quando il passo è più lungo... della gamba. ma francesca sale su che è uno spettacolo, agile e leggera come uno scoiattolo - sei proprio forte - le dirò poi. e lei - sai da piccoli si giocava a correre nei boschi -. - ah! -.
siamo alla cima, con tanto di croce, e via in cresta tra le rocce. funi metalliche, ancora balzi e tutto il repertorio degli stambecchi. poi ancora un po' di relax e chiacchiere, ma non troppe perché si prende un sentiero impegnativo che con saliscendi da montagne russe e poi con salita vera ci conduce in vetta per la terza volta. il monte baldo con un'altra croce, di legno, e il visentin sullo sfondo che pare guardarci. al suo fianco il fadalto, e la striscia di cemento-asfalto che, alta sui trampoli, risale la valle. seguendo con gli occhi il profilo delle prealpi non ci resta che pensare al gran raid del 25 maggio. 59 chilometri e 3.000 metri di dislivello. e cesconetto - sono tanti sai! -. - ma va? -.

giù in picchiata nel bosco con il cimbro, stefano stavolta, in testa a tirare il gruppo. troviamo gli scout che armati di machete e badili puliscono e riparano il sentiero. li salutiamo grati e con calore - bravi! - diciamo. e loro a noi - grazie. e pestate, pestate. pestate bene che compattate il terreno! -.
intanto il cimbro e pochi altri hanno guadagnato metri. giù per i tornantini stretti che portano fuori dal bosco. sento una voce che mi dice - buttati! -, - ma no - faccio io, - buttati! - insiste. e così mi butto, come un sasso che rotola, giù dritto senza scansi tagliando tutti i tornanti fra rami arbusti, sassi e rovi.-. uno, due, tre, quattro... li passo tutti. solo stefano rimane davanti quando con le gambe graffiate e sanguinanti ricalco il sentiero. stefano spinge, ha una bella corsa, potente ma composta. alzo lo sguardo e siamo a serravalle di nuovo giù fra le auto.
attraversiamo la splendida piazza e con lei la gola della valle, una sosta alla fontana monumentale ai piedi della scalinata e poi si riparte sgranati. anzi c'è chi si è avvantaggiato. e allora ne faccio una questione di principio e un pretesto per allenarmi un po'. su a prenderli tutti. l'ultimo è il giornalista, bardato di pile e col berretto calato in testa (per evitare spiacevoli problemi di salute. bella sfortuna, come fa con sto caldo?). alla chiesetta di sant'augusta l'ho ormai preso e così andiamo su insieme lungo il sentiero. qui il passo è più efficace della corsa. e così provo a spingere un po' (pensando al monte della madonna in vista del prossimo 13 aprile). ci fermiamo ad aspettare. così vediamo passare il cesco e paolo che vanno su diretti al pizzoc (roba da matti!). poi arrivano il cimbro e i soliti del gruppetto di testa. riprendiamo allora a salire gli ultimi 150 metri di dislivello che aggiunti agli altri fanno 460 su quest'ultima cresta. in fine si scende, ancora una chiesa, e l'ultima cresta. eccoci all'ultimo vero, grande, spettacolo: wonderful.
si corre veloci sulle rocce o nel solco incavato nel terreno erboso. a destra lo strapiombo, con qualche arbusto, a sinistra una pendenza più umana o perlomeno non mortale. - è una corsa sky - urlo a stefano cimbro, facendo attenzione a non inciamparmi. lui ghigna e allunga il passo zigzagando svelto e senza paura... sul filo del rasoio!

dalla madonna della salute si rientra gradualmente all'ambito urbano, alla normalità, al quotidiano. e già avanza la nostalgia. proprio così. non è ancora finita la corsa che già mi mancano quelle emozioni e quei brividi... vabbe' non ci pensiamo e via sotto i portici che ci conducono in piazza, dove ci attende una gran festa. un ristoro finale, autogestito, a base di salami, ossocollo e formaggi, pane a volontà, torta salata alle zucchine, torta alla ricotta, torta al cioccolato, crostata bigusto, biscotti al cioccolato, cantucci, cioccolata, arachidi e vino (evaporato subito), ma anche succhi di frutta, gatorade e una fontana d'acqua freschissima.
tutto splendido.
unico neo: mudanda e la sua giornata no. forse un po' di stanchezza (150 km 'sta settimana, no bruscolini), il male ai piedi, un po' di pensieri... e le chiavi della macchina perse nei boschi. non c'è bestemmia che tenga. ma alla fine è passata anche questa - no gabri? sarà per la prossima -.
- sai io e roby ci stiamo già pensando, si va sul Grappa sabato 22, quello prima di pasqua. ah, ho già in mente un premio per tutti i partecipanti! -.

1 -
http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Veneto - http://www.tragol.it/TV/Vittorio/VITTORIO.HTM - http://www.wikitravel.it/world/Vittorio_Veneto
2 - http://it.wikipedia.org/wiki/Diocesi_di_Vittorio_Veneto
3 - http://www.runningteam.org/home.html
4 - http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Augusta
_ le splendide foto del percorso (photogallery)- link
_ le foto del TA by giannicimbro - link
_ l'adrenalinico video del TA by stefanocimbro - link
_ da il gazzettino (tommaso bisagno)

lunedì 4 febbraio 2008

per Zeus! il quarto trail autogestito



Un unico rumore incrina il silenzio della notte ancora buia.
Dlin - Dlin – Dlin...
Le sbarre del passaggio a livello si stanno alzando e immagino Roby che riparte sgommando sull’asfalto bagnato. Così, dopo un minuto, ecco i fari che spuntano dalla curva a gomito di via Castello e monto su.
Sono tre settimane che non ci vediamo e nei venti minuti che ci separano da Treviso sud riusciamo ad aggiornarci di esperienze importanti che guarda caso...
Poi via con Mudanda, in mercedes, ed è tutta un’altra cosa. Stravaccati sui sedili in pelle nera andiamo subito al dunque parlando di corse e di corsa e da lì poi è piacevole, e confortante, il divagare.
Ma intanto fuori piove. Piove a Mestre, piove a Padova. Piove a Rovigo e a Ferrara. Piove a Bologna...
Giove, o dispettoso, ti sei forse risentito per la nostra baldanza che ci torturi con tanto campionario di precipitazioni? Ma ancora in effetti non abbiamo visto nulla.

Al raduno siamo numerosi, un brulicare di punti colorati lungo la lingua argentata del lago gravata dalla coltre pesante delle nuvole basse.
Riuniti in gruppo come a una gara muoviamo i primi passi sull’asfalto assecondando la riva occidentale del Brasimone. Ma da qui in poi, devo ammetterlo, non ho un ricordo preciso e lineare... solo frammenti confusi, attutiti e, guarda un po’, anche annebbiati.
Non ho il ricordo preciso di quando la nebbia sia diventata pioggia e questa poi pioggia ghiacciata e dopo ancora neve, prima fine poi grossa, per poi tornare ad essere ancora pioggia.
Ma se chiudo gli occhi rivedo le foglie morte in cui ci sprofondano i piedi fino alle caviglie, tanto in salita, dove avanziamo leggeri con piccoli passi per non scivolare, quanto lungo le discese insidiose in cui ci lasciamo scorrere e dove a capofitto ho osato sfidare Micetto.
Rivedo le radici scivolose e i rami degli arbusti che mi sferzano addosso dai margini della boscaglia. Rivedo come un flash il tronco abbattuto che ci sbarra all’improvviso la discesa e gli spezzoni di rami che ci puntano minacciosi.
Rivedo quello che non abbiamo visto alla terrazza del “belvedere” un tuffo romantico nella gola profonda del nulla e dell’ignoto – oltre quel muro di nebbia vi doveva essere il lago di Suviana.
Rivedo i capitelli, piccoli manufatti in pietra arricchiti di maioliche o di iscrizioni scolpite.
Rivedo le pietre per terra a scaglie grigie e verdastre, lunghe e affilate.
Rivedo la fonte e le poche case in pietra di Chiapporato. E insieme risento quel rumore d’acqua nel bidone in lamiera che mi ha fatto trasalire e immaginare di vedere qualcuno, magari una delle due sole persone rimaste ad abitare quel posto.
Vedo le prime tracce di neve per terra quasi invisibile, simile a granita squagliata, ma via via più bianca fino a coprire del tutto il letto di foglie brunastre di faggi e castagni. E insieme rivivo l’emozione di lasciare le impronte croccanti nel manto soffice e intatto appena deposto.
Rivedo i castagni secolari dai tronchi maestosi, sia quello sano e vigoroso che quello spezzato e ormai marcescente.
Ricordo comunque che sempre c’è stato il lagotto, quel cane peloso che dall’inizio alla fine ci ha accompagnato nella corsa precedendoci o seguendoci e che a volte ha rischiato di farci cadere per il suo incedere irregolare e improvviso.
Risento infine il peso faticoso e il classico cic-ciac delle scarpe fradice durante gli ultimi chilometri e le mani dure e insensibili quando all’auto tentavo di cambiarmi gli indumenti bagnati.

Se in qualche maniera me la sono sbrigata a riferire di luoghi e sensazioni, non so che dire dei volti e delle parole, degli sguardi, delle battute e dei sorrisi. Non posso certo tradurre in prosa quelle emozioni quella tempesta vitale di gioia e ottimismo che ho guadagnato e che mi accompagnerà per un pezzo. Ma una cosa sì posso rischiarla un ringraziamento di cuore, a Giovanni, magnifica guida, magnifico interprete di questa faccenda straordinaria che chiamiamo ‘trail autogestiti’.

le foto: link


approfondimenti:
-
parco di Suviana e Brasiamone 1
- parco di Suviana e Brasiamone 2
- parco di Suviana e Brasimone 3
-
laghi Brasiamone e Suviana (paesaggi elettrici)
- Chiapporato
- il lagotto

lunedì 17 dicembre 2007

sul pastel c’era la neve. ecco la cronaca del trail autogestito Valpolicella Pastel


molina di fumane [...]

puff, puff... puff, puff... puff, puff...
poco più di un fruscio è il rumore dei passi sulla neve fresca, farinosa e leggera, mentre ricalchiamo le impronte delle volpi che ci hanno preceduto.
finalmente la neve, invocata e sfidata, eccola come zucchero a velo sul manto di foglie, eccola a crepitare schiacciata dai passi lungo il pendio imbiancato che dal limitare del bosco ci conduce alla cima del monte Pastello, il punto più alto della dorsale che separa la valle dell’Adige dalla grande valle di Fumane. un’occhiata a sinistra a cogliere il Garda con la delicata Sirmione appena visibile, la mole del Baldo e il serpentone reboante dell’autostrada. a destra le dorsali della bassa Lessinia coronate dalle bianchissime vette delle Piccole Dolomiti sullo sfondo. la cima del monte è deturpata dall’uomo con una selva di ripetitori senza regola, senza qualità, manufatti abbozzati, improvvisati, incompiuti...
ma questa è solo la prima tappa di un lungo e impegnativo trail, organizzato da Francesco, con Mauro e Paolo, che dal Pastello (Pastel) ci ha portato al Forte Masua e al monte Pastelletto (Pastelet), ai paesi di Breonio e di Molina, per poi farci discendere lungo la valle del Progno e tornare a Fumane dalla cui piazza eravamo partiti.
Boschi, valli e pascoli, poche case perlopiù stalle, cave di marmo e di pietra ma nessuna, o quasi, anima viva. è vero che è domenica mattina ma l’impressione è che qui della frenesia imprenditoriale del nordest non sia arrivato granché e nemmeno del turismo del Garda o di Verona, sembra proprio che questa terra, ancor più delle altre nostre prealpi, subisca quel destino comune a tanta parte di territorio montuoso italiano. destino che porta il nome di abbandono, ahimè, di territorio in svendita e da usare, se qualcuno ne ha voglia, senza troppi sofismi (ecco il perché di quei ripetitori e delle ignobili costruzioni degli ultimi trent’anni!).
prima solo le corna, poi tutto il resto e con tanto di barba, una capra spunta da in cima al forte massiccio e poligonale, brucando un’erba, forse speciale, e guardandoci curiosa da dietro l’inspiegabile rete metallica che ci separa.
ancora salita a farci superare i 1.100 metri di dislivello positivo, in compagnia degli immancabili motociclisti che però in discesa troviamo fermi fra le rocce mentre cercano di portare giù in qualche modo la loro compagna metallica.
- e a questi piacerebbe la montagna? - domanda krom – sì, come piacciono le donne a quelli che le stuprano – rispondo io, con un sarcasmo così caustico che mi faccio venire i brividi da solo e che soffoca sul nascere qualsiasi altro commento possibile.
proseguiamo in relax a ranghi compatti verso Breonio dove onoriamo la fonte con l’acqua di sorgente, e ancora avanti verso Molina dove le cave di pietra paiono segni di un morso gigante, ampie ferite nella schiena della montagna.
case di pietra, tetti di pietra, corti pavimentate e recintate con lastre ciclopiche di pietra... pietra dappertutto compreso ovviamente il campanile del ‘700. un villaggio dove si possono osservare non solo i tipici elementi architettonici della Lessinia ma anche le famose cascate... o meglio, dove si potrebbero osservare, se solo l’ingresso non fosse chiuso e protetto da cancello invalicabile. così scendiamo lungo il sentiero che costeggia il confine ampio del parco, lungo cui stanno erigendo una ingiustificabile recinzione alta due metri, fatta di paletti e rete metallica elettrosaldata (quella che si usa per il calcestruzzo armato, per intendersi). ma calati nella gola del Progno tutto l’amaro svanisce in un attimo, rapito dalle sue correnti indomite, disciolto nel nitore del suo fluire.
che favola. una gola profonda scavata nella roccia da acque limpidissime e apparentemente innocue ma forti e laboriose. un sentiero stretto a volte incerto ne costeggia la discesa e i vari mulinelli. passerelle in ferro o in legno con funi metalliche tese a mo’ di parapetto permettono di attraversarlo ogni qualvolta una roccia, o il rivolo azzurro chiaro con le sue sabbie bianchissime ti sbarrano il cammino. e allora via da una parte all’altra a saltare fra i massi e gli speroni, a zigzagare tra gli arbusti di riva e a incunearsi nei tunnel scavati nelle pareti di roccia.
c’è chi rievoca i Cimbri, con le grotte del Caglieron, chi invece non è d’accordo e cita il Grand Raid de la Réunion. sta di fatto che, se nel video di Col de Moi abbiamo dispiegato gli effetti speciali, qui lo “Spirito Trail” c’è tutto di suo. provare per credere. l’entusiasmo e la soddisfazione ci gonfiano il petto e ridonano energia ai muscoli delle gambe ormai affaticate dalle tre ore abbondanti di traversata quando un rumore sordo (osso contro sasso) ci risveglia facendoci voltare di scatto alla volta di Krom che dolorante minimizza. è allora Mudanda, con due sole parole, a sintetizzare tutto quello che Krom non ha avuto il coraggio o la forza di dire, ma al tempo stesso lo incoraggia a rialzarsi e non da ultimo ammonisce tutti i presenti a prestare maggiore attenzione. ***
quando riprendiamo a scendere in questa gola senza fine Mudanda e io abbandoniamo il sentiero per una traccia che ci pareva giusta ma che invece era una sorta di variante alpinistica di quella maestra. arrivati in fondo ci fermiamo ad aspettare gli altri e già li canzoniamo per il gran distacco, quando decidendo di tornare sui nostri passi ci accorgiamo che sono già sulla strada ad aspettarci mentre noi rischiavamo di addentraci in Valsorda. #
l’unico che manca all’appello è Dario ma, pare, sia andato avanti pensando di esserci alle calcagna. è proprio vero che il Progno ha consumato le nostre ultime riserve. ci lanciamo allora al suo inseguimento lungo gli ultimi cinque chilometri di strada asfaltata dove l’acqua è ormai scomparsa sotto il greto arso di massi bianchi e rosa.
nel cortile di un laboratorio la sega ad acqua lavora da sola e senza sosta, più avanti un uomo con sega elettrica fa a fette un tronco d’albero. per il resto calma piatta. ma ecco all’orizzonte Dario, il campanile di Fumane e il cementificio Rossi. ##
raggiungo Dario, ormai preoccupato, e scambiamo due parole quando TAM, TAM, TAM ecco i passi dell’uomo che viene fuori sulla lunga distanza, che i primi venti chilometri suda, che in salita sbuffa ma che poi ti prende e dopo quattro ore ne ha ancora... Mudanda. no comment.
di nuovo in piazza è la volta di cambiarsi gli indumenti sudati e mentre siamo ancora mezzi nudi e vaporosi Francesco fa il giro e ad uno ad uno ci consegna una bottiglia di Valpolicella preparata e confezionata per l’occasione con tanto di etichetta personalizzata: "Per brindare ad un 2008 di ultra distanze e soddisfazioni".

il trail della Valpolicella nasce nel Forum di Ultratrail.it ed è il secondo dopo l’esordio a Col de Moi.
eravamo in 9: Francesco, Mauro e Paolo i veronesi, Distinto e Antonio da Crema, Dario dalla piana fra Mantova e Cremona, Krom dal bresciano, Mudanda dall’entroterra veneziano, Emme da Padova. ###




* - Forte Masua (Fumane), anno di costruzione 1880/85, posto a ridosso della Val d’Adige in un ampio pianoro che ha permesso una struttura a tipica pianta poligonale. Questo forte, data la sua posizione strategica, nel secondo periodo è stato modificato nel fronte di gola, con la costruzione di un corpo principale angolato in calcestruzzo con osservatorio e sei pozzi che, all'inizio della Grande Guerra, erano dotati di cannoni da 149 A. Altri quattro cannoni da 87 B costituivano l'armamento sussidiario. Più a Nord una batteria omonima Masua di Molane che, in postazione in caverna, schierava sei obici da 120 e 4 cannoni da 87.
estratto da:
http://www.verona.com/index.cfm?page=guida_garda&id=1192 (consigliata la lettura integrale)
** - Molina di fumane e il parco delle cascate
http://it.wikipedia.org/wiki/Molina_(Fumane)
http://www.cascatemolina.it/index.php
*** - il tutto, naturalmente, condensato in quelle due sole parole, espressione tipica in Veneto, blasfema, che censuro nel rispetto di alcuni
# - Valsorda, una gola profonda che non permette alla voce di arrivare lontano, segna il confine nord del comune di Marano con Sant'Anna d'Alfaedo. La valle che ha mantenuto la sua selvaggia bellezza, parte dal progno di Fumane alla confluenza con il progno di Breonio (Molina) e il progno Brunesco, arriva alla frazione di Mondrago di Marano Valpolicella. Il percorso è attrezzato, con scale in ferro, corde di sicurezza e ben segnato, ma causa l'umidità in alcuni passaggi o per pioggia, le rocce sono molto scivolose...
http://www.maranovalpolicella.it/parco/valsorda/page_01.htm
## - Decine di chilometri di vecchie marogne sventrate dalle ruspe; terreni collinari e pedemontani che in passato avevano avuto una forte vocazione agricola specializzata e in parte hanno ancora ottime prospettive di sviluppo nel settore delle produzione biologica e di nicchia; angoli abbandonati dalle coltivazioni e che la natura si è ripresa, ma anche ripristini destinati alla coltivazione intensiva della vite su terreni che erano minerari: questo succede nella Valle dei Progni per la presenza dello stabilimento Cementirossi di Fumane, almeno fino allo scadere della concessione mineraria che avverrà forse nel 2025.
estratto da:

### - Road book e altro... (a cura di Francesco)
Terreno misto, strade sterrate, sentieri, asfalto. Nulla di esposto e pericoloso se non un tratto probabilmente molto umido e scivoloso nel Progno.
Partenza dalla piazza di Fumane, (alt 185) un km su asfalto per tornare in località Banchette e inizio salita attraverso strade di campagna. Ci si avvicina a loc. Bure e si risale per loc. Traversagna fino a giungere in loc. Cavarena. Duro tratto di salita su strada asfaltata fino a Casa Nazareth e deviazione sulla dx sentiero per Mte Solane (mt 666) e Vecchia Chiesa di Cavalo (alt. 619). Altri 200 mt di asfalto e a sx mulattiera per Campopiano e poi a dx per vecchie cave di marmo. Poco prima della cava sentiero a dx che attraversa il bosco e si ricongiunge con il sentiero n.12 proveniente da Cavalo. Ancora 15 minuti e si arriva in vetta al Mte Pastello (mt 1122 Croce e ripetitori vari. Dalla partenza circa 10 – 11 km). Si scende brevemente verso le cave di marmo, ma al 1° tornantino si prosegue dritti sul sentiero in costa sino ad una seconda croce con simil via crucis nel bosco. Discesa tra bosco e mulattiera fino a Forte Masua (900mt) dove si incontra strada asfaltata che si percorre in direzione nord per circa 1300 mt fino a località Paroletto. Subito dopo ristorante sentiero a sinistra (n. 17) e immediatamente dopo a dx verso Mte Pastelletto (mt 1050). Si prosegue poi in discesa verso M.te Crocetta e loc. Breonio. (circa 18 km) Si attraversa il paese, si prende in direzione cimitero e campo da tamburello dove inizia un piacevole sentiero in discesa che conduce a Molina. (mt 590) (possibilità di fare il pieno di acqua). Si scende al parco delle cascate e (se aperto) giro veloce del parco delle cascate. Dalla cascata più a sud si entra nella gola del “Progno” (ambiente fantastico ma è necessario fare molta attenzione per terreno molto umido e scivoloso) e attraversandolo più volte su stretti ponti in ferro e legno si giunge dopo circa 2 km in loc. Valsorda (circa 25 km). Sempre in leggera discesa, ma su strada asfaltata, pochissimo frequentata, (non ci sono purtroppo alternative se non molto più impegnative!) si percorre la Valsorda sino a giungere dopo circa 5 km in centro a Fumane.

lunedì 26 novembre 2007

Col de Moi con la nebbia. ecco com’è andato il primo trail autogestito.

Sunday morning...
canta Lou Reed dall’autoradio.
... praise the dawning...
fuori è grigio, c'è nebbia e dietro gli elettrodotti le luci artificiali delle insegne sono più abbaglianti che mai.
... It's just a restless feeling by my side...
il Piave è una lingua d’acqua rigonfia con tre giorni di pioggia.... Early dawning, Sunday morning (*).
l’acqua, color caffelatte, è rischiarata appena da una luce surreale che rimbalza fra la terra e il cielo sotto il peso delle nubi. lascio l’ultima pianura ed entro nella valle che si incunea fra le montagne.


Valmareno è un borgo denso di storie passate ma oggi quasi deserto. il torrente rimbomba fra le case esprimendo quel vigore che affascina ma che allo stesso tempo intimorisce...
ecco che arrivano i primi: Stefano, Daniele, Ivan, Luca. "ciao, ciao, piacere...".
poi è la volta di Roberto, Gabriele, Marco, i Bolognesi (Niki e Leo) e di Roby.
arriva anche GioCai: persona distinta ma semplice che da subito dimostra pacatezza e cordialità d’altri tempi. ci fotografa, ci saluta poi scambia due parole e se ne va.
mentre aspettiamo Cristiano che a Quero è incappato in una transumanza di pecore il sole spunta come un flash aprendo sprazzi di cielo azzurro intenso. ma ecco Cristiano.

tutti pronti, si parte, in gruppo. il rumore delle scarpe sull’asfalto moltiplicato per dodici rimbalza tra le pareti contrapposte degli stretti viottoli del paese. attraversiamo il ponte e pieghiamo subito su per una stradina ripida che si infila in un incantevole bosco di castagni. rispuntiamo sulla strada forestale dove Giovanni è lì che ci aspetta con l’amico Piero. ci fanno un sacco di complimenti, immeritati, comunque piacevoli. e su di nuovo per le tracce dell’antica via di presunta origine romana (Claudia Augusta Altinate). il sentiero è a tratti lastricato e a tratti scavato nella roccia calcarea che nonostante la tanta pioggia dei giorni scorsi è già asciutta e comunque non scivolosa. ci aiutiamo, nell'aggirare la parete a strapiombo, stringendo la fune di metallo con la mano sinistra. fin qui la pendenza è modesta e il buon fondo ci fa correre volentieri. ma ecco che entriamo in una valletta buia dove ci aspetta un manto continuo di foglie fradice da attraversare, in cui affondiamo fino alle caviglie e dove in effetti si scivola un po’. superiamo una balza e vediamo davanti a noi il sentiero di nuovo pulito e chiaro ma presto ci accorgiamo che sui sassi e sul ghiaino bianchi scorre un bel ruscello d’acqua limpida...
allo spiazzo di villa Toti ci riuniamo e da qui la salita diventa più impegnativa. su per sentierino ben tracciato, stretto ma con ottimo fondo, pendenza costante e non proibitiva. ottimo per provare a spingere e potenziare la muscolatura delle gambe. qualche cacciatore, qualche escursionista e su a tornantini dentro e fuori i rimboschimenti fitti di abeti. gli ultimi tornanti sono così stetti e si va su così convinti che ci si aggrappa ai fusti degli alberi per aiutarsi a girare e per darsi una spinta in avanti.
infine il sentiero esce sul prato e si dispone perpendicolare al pendio della montagna. su dritto con una pendenza che impedisce ai più di correre e che fa sbuffare e scivolare un po’ le punte delle scarpe alla ricerca della massima presa. quando stiamo per vedere la cima ripiomba la nebbia a nasconderla. solo un luccichio intermittente ci lascia immaginare qualcosa di metallico lassù colpito da sporadici raggi di sole. la croce, ci siamo. si firma il libro di vetta e ci si accontenta di qualche breve comparsa del Pavione e delle Vette Feltrine, che già parliamo di nuovi trail alla Busa del Diavolo...

un pezzo di cioccolato, una barretta o delle albicocche secche, qualche sorsata d’acqua e poi giù perché tira un’aria che fa raggelare il sudore sulla pelle. seguiamo la cresta verso est mentre qualcuno ammonisce: “il primo che cade paga da bere”. e giù a ridere. alla forcella del Foran guardiamo il pendio sotto i nostri piedi che si tuffa nel mare di nebbia e il sentierino che a tornanti tenta di addomesticarlo. con grande prudenza ci caliamo fino ad entrare nel bosco dove però la pendenza e il fondo scivoloso rendono la discesa ancor più difficile. fortuna che c’è qualche arbusto cui aggrapparsi. un sasso rotola giù, modeste imprecazioni e un po’ di tentennamenti poi il sentiero diventa più facile, a parte un piccolo ruscello da saltare. dopo l’incontro con una spaesata salamandra nera a macchie gialle attraversiamo in costa e di buon passo il lato sinistro della valle fino al castello di Cison.
ancora due tornanti e siamo di nuovo sulla terra piatta e sull’asfalto. c’è chi lancia uno sprint subito smorzato dalla solita voce “il primo che arriva paga da bere”.

eccoci di nuovo al piazzale della chiesa, dove abbiamo lasciato le auto. ci cambiamo continuando a chiacchierare come vecchi amici. Roberto, Marco e Luca devono scappare ma tutti gli altri convengono che è buona cosa siglare questo primo trail autogestito con un degno convivio: “con le gambe sotto la tavola”. mangiando pane e salame condividiamo le diverse esperienze di corsa dalle più grandi (UTMB, CRO, PP, 100km, 24h...) alle più piccole e, mentre iniziamo a conoscerci (lavoro, famiglia, figli...), fantastichiamo di ultratrail nostrani per non dover dipendere dalle famose e affascinanti, ma pur sempre scomodissime, corse transalpine. un ultra del Grappa lungo l'Altavia degli eroi, un percorso ad anello in Cansiglio e Cavallo...
ma rimaniamo concreti e siccome l’esperimento è riuscito parliamo dei prossimi trail autogestiti (Colli Euganei, Col Visentin), al che Roby puntualizza “sì, però poi: tutti co e gambe soto ea toea”.

p.s.

ecco le foto
e il video, bellissimo, di stefano michelet (organizzatore della eco dei cimbri):



(*) traduzione (alla buona, se qualcuno sa fare di meglio, benvenga !): domenica mattina - lodare il sorgere - è solo un sentimento inquieto al mio fianco - primi albori, domenica mattina

martedì 13 novembre 2007

salita al col de moi - trail d'autunno (autogestito)



(road book: grazie GioCai!!!)


domenica 25 novembre 2007
Valmareno (Tv)
Ritrovo al piazzale della chiesa di Valmareno
partenza ore 9.00


ITINERARIO
sentiero CAI 1028_Sentiero Claudia Augusta Altinate
Si risale per vecchi depositi fino a q. 426; poi con una carrareccia che porta in loc. Peroz. La si percorre fino ad una strada bianca, poi si riprende la mulattiera fino ad arrivare ad un piazzale da dove inizia il sentiero. Lasciati i coltivi in loc. Cal Maor e percorsa la Val di Banche s'arriva sotto le pareti strapiombanti di Croda Rossa, che si percorrono sotto con sentiero in salita. Superando a nord il fondo di una valletta a V ed arrivati al capitello di S. Carlo Borromeo si prosegue su una mulattiera più larga fino alla Villa Toti dal Monte. Dopo un'area turistico-ricreativa si scorge a destra il ristorante "Ai Faggi", da dove ha inizio il sentiero che porta a Col de Moi. Da qui si possono vedere la chiesetta di S. Gottardo, ora S. Fermo e S. Rustico, e la vecchia osteria di Praderadego.

sentiero CAI 991 _ Praderadego - Villa Toti - Col De Moi
Il sentiero parte da Villa Toti e giunge in prossimità di alcuni ruderi a q. 969, proseguendo poi in salita superando l'incrocio con un altro sentiero che porta fino alla strada proveniente da Valmareno per Praderadego. Il tracciato principale, facilmente percorribile grazie alla segnaletica, raggiunge una radura nei pressi di una casera diroccata. Si sale di quota fino ad un punto panoramico e ad un incrocio a destra che permette di introdurre il sentiero fino a Malga Guarnieri e Praderadego. Lasciando sulla sinistra una diramazione che porta a Praderadego si arriva alla croce posta sulla cima del Col de Moi.

DATI TECNICI
1028 - Valmareno q. 249 - Val Corin - Val di anche - Croda Rossa - Passo di Praderadego - San Carlo - Villa Toti q. 885; dislivello: 636 m.
991 - Villa Toti q. 885 - Ruderi q. 969 - Col de Moi q. 1358; dislivello: 473 m.
Dislivello totale 1109 m.

APPROFONDIMENTI
1028 - L'itinerario segue quella che gli storici considerano la strada militare romana Claudia Augusta Altinate. Strategica arteria militare che conduceva ai confini settentrionali dell'impero romano, uno dei settori più critici e deboli della difesa dalle mai sottomesse tribù 'barbare' germaniche.
E' così chiamata (da noi moderni) in ricordo dell'imperatore Claudio che, attorno al 46 d.C., potenziò la traccia segnata dalle campagne alpine e contro i Reti, attorno al 15 a.C., dal padre Druso, fecendone un vero e proprio sistema infrastrutturale militare.Partiva da Altinum, la 'Venezia Romana', la più importante città a vocazione soprattutto militare della Decima Regione Romana (Triveneto e Istria, il 'Giardino d'Italia' per definizione di Cicerone), centro di smistamento del grande porto mercantile sull'Adriatico e porta verso i confini nord-orientali dell'impero. Passava per Follina, Praderadego e il castello di Zumelle arrivando a Cesiomaggiore, Feltre (il percorso commerciale della strada avrebbe invece deviato da Soligo, Vidor, Fener, Seren e Feltre) per dirigere in Valsugana, Merano e in Rezia, la regione centrale dell'area germanica danubiana e bavarese (i legionari percorrevano dai 40 agli 80 chilometri al giorno).Lungo tutto il tragitto vennero edificati castelli, torri, ponti e città, che sopravissero alla caduta dell'impero e furono, sia pure a tratti isolati, infrastrutture vitali dell'economia medioevale.
Sul versante opposto della valle sono stati individuati un insediamento tardo romano-altomedievale, la torre di S. Gallo e la tomba romana a Case Volpera con tracce di monete dell'imperatore Commodo ed il basamento del castello di Zumelle di età tardo romana.
991 - I rimboschimenti di abete rosso hanno occupato vaste aree un tempo dedicate all'alpeggio, che veniva effettuato da giugno a settembre. Il faggio serviva per ricavare del buon carbone. La forte pendenza dei versanti verso sud, il forte vento e l'escursione termica non facilitano la crescita della vegetazione arborea. Tuttavia ogni singolo pezzo di terra veniva falciato per ricavare foraggio destinato al bestiame per l'inverno. La "cavaeta" era il punto di partenza della teleferica che portava a valle il fieno prima dell'inizio dei mesi freddi.

PAESAGGIO NATURALE
1028 - Da Valmareno fino al piazzale dove si abbandona la strada bianca s'incontrano nuclei di castagneti da frutto, carpino nero, genzianella di Koch e Cneoro (Fior de S. Daniel). Più in alto faggio e abete rosso con sottobosco di ciclamino e fior di stecco. A Praderadego sono presenti il croco, il narciso ed il botton d'oro. Tra la fauna: gallo forcello, coturnice, ghiro, volpe, capriolo, scoiattolo e poiana. Suggestivi monoliti che formano paesaggi simili a quelli delle "città di roccia": uno di questi è il "Caregon del Diaul" in loc. Croca Rossa. La leggenda vuole che lì sedesse il diavolo in attesa di qualche anima del purgatorio.
991 - Lungo il sentiero ci sono numerosi siti panoramici tra cui il migliore è costituito dal Col de Moi. A 50 m dalla vetta si apre una cavità profonda 54 m formata da due pozzi sovrapposti. Rimboschimenti artificiali costituiti da abete bianco, acero montano, pino silvestre, pioppo tremolo, farinaccio, larice e pino mugo. La presenza della specie erbacea scopina ci dimostra la natura calcarea nel suolo. Tra la fauna minore caprioli, coturnici, picchi e qualche gallo forcello.

come arrivare:
Valmareno è una piccola frazione a nord di Follina. che si raggiunge:
- da Vittorio Veneto (A27) si prende la strada per Revine, Valdobbiadene. La si percorre fino poco dopo Cison di Valmarino dove si gira a dx per via Colombera;
- da Valdobbiadene si prende la strada per Revine, Vittorio Veneto e, superata Follina, si gira a sx per via Cal di Mezzo

presenza d’acqua:
Al passo Praderadego ci sono case fra cui un rifugio alpino del comune di Follina (che però dovrebbe essere chiuso) e due osterie di cui una si chiama 'da Nani Vin e Pit' (dicono si mangi bene).
Quindi al passo c’è la possibilità di rifornirsi d’acqua e altro.

cartografia:
ZANETTI 1:30.000, foglio 4, Valdobbiadene

link:

ulteriori dettagli e info

sentiero 1028
sentiero 991
praderadego

giovedì 8 novembre 2007

facciamoci noi il trail d’inverno! (appello a corridori impazienti o impazziti)

ebbene sì, la primavera è lontana.
in questo periodo ci sono solo poche corse collinari: sugli euganei le scampagnate popolari a partenza libera. fantastiche per fare dei lunghi lenti e rilassanti ma poco ricche di stimoli perché sono sempre gli stessi sentieri, nessuna competizione e con distanze piuttosto contenute... in provincia di treviso c’è solo la corsa di solighetto, l’8 dicembre e di appena 12 km: una toccata e fuga.
ma io ho voglia di fare, di provare, di scoprire. ho voglia di CORRERE.
la nebbia, la pioggia e magari (!) la neve evidentemente spaventano gli organizzatori di corse, ma... e i corridori trail vanno in letargo? o si dedicano tutti stra-diligentemente a periodi di recupero-potenziamento-ripetute-pista-strada-cross e via dicendo?
tocca aspettare primavera con la traversata dei colli per pensare trail?
colli, lavaredo, ventasso, dolomiti, vette... ah!
ma ora? sono solo io a rimpiangere sentieri e alture?

non ci credo.
leggo su lavaredo ultratrail di un’iniziativa che sta nascendo 'dal basso'. un trail autogestito, in autosufficienza alimentare consistente nel salire al col visentin... con la neve.
stefano michielet, che se non sbaglio è il cimbro dell’ecomaratona, scrive nel forum:

Si tratterà di un allenamento in compagnia, in solitaria... se saremo in molti, sarà più facile trovare qualcuno che andrà al nostro ritmo.I tempi di salita per quelli che hanno GAMBA, si aggirano sulle 2h e 30' (la sto pensando con la neve).Munitevi di camel bag, lungo la strada non ci sono fonti.In cima è molto probabile trovare aria che sale in cresta dalla Val Belluna, per cui consigliamo un antivento.Poi giù a ritroso, la discesa è scorrevole e tranquilla (ve ne accorgerete salendo).La data? Appena nevica un po', così da renderla più frizzante!Faremo pubblicare una locandina su
www.trailrunningitalia.com
Alla fine non si vince e non si perde niente... magari si guadagna qualche amico con cui scambiare esperienze del genere


è già dalla volta del cesen che sto meditando una salita a cima grappa (occasione anche per visitare il monumento ai caduti realizzato da davanzo-murer-zanzotto), ma oggi, leggendo di quest’iniziativa per il visentin, mi viene voglia di rilanciare.
facciamoceli noi i trail d’autunno. facciamoceli noi i trail d’inverno: cima grappa, cima carega, monte baldo, col nudo, pizzoc, pavione... chi più ne ha più ne metta.
propongo un passaparola tra veneti e non solo: domenica 18 o 25 novembre cima grappa.
l'itinerario (da verificare) potrebbe essere:
- possagno (paese natale di canova, dove c’è il ‘pantheon’ e la gipsoteca allestita da carlo scarpa)
- cima mandria (belvedere eccezionale sulla pianura e sul sottostante abitato di possagno (D+ 1.100)
- mulattiera del boccaor (vecchio percorso militare intagliato nella roccia della parete sud strapiombante del massiccio del grappa) fino al pian de la bala
- cima grappa (1.770 m slm, D+ 1.500-1.600?)
chi ci sta? passa parola!