lunedì 22 marzo 2010

ULTRABERICUS TRAIL ZERO, VICENZA 20.03.2010 – 65 KM 2500 D+



Non che abbia mai smesso di amare la corsa, ma ultimamente i casi della vita mi hanno costretto a trascurarla un po', a causa di faccende urgenti e necessarie, come il lavoro e gli impegni familiari.
E così quando Enrico Pollini mi ha invitato a quest'evento l'unica cosa che sono riuscito a pensare è stata: "spero di essere libero quel giorno". L'ho segnato in agenda, l'ho fatto segnare anche alla mia dolce metà e i mesi sono passati.
Ogni tanto giungeva una mail di aggiornamento, una scansione di articolo di giornale, negli ultimi giorni poi c'era pure stato qualche brontolio nel Forum di Spiritotrail, ma nulla che veramente avesse ridestato in me la curiosità o la voglia di correre un ultratrail, al limite provavo un po' d’ansia per il mediocre stato di forma...

È sabato sera, ho liquidato il lavoro in orario decente ma ho ancora una montagna di cose da fare per la TCE e devo preparare la borsa...

Con la tecnologia degli orologi non ho proprio confidenza e la sveglia non suona. Fortuna vuole che io apra gli occhi lo stesso a mattino presto vedendo filtrare un po’ di luce biancastra dalle fessure delle tapparelle. Mi preparo alla svelta e scendo in strada ad attendere il buon Fabio che mi darà un passaggio.
Ci troviamo a metà strada anche con Davide, quindi coi veneziani, infine giungiamo a destinazione per il parcheggio delle auto e di lì a piedi fino al punto di partenza: il salotto buono di Vicenza, le piazze in cui sorge uno dei gioielli di architettura più famosi al mondo, la Basilica Palladiana.
Ci raduniamo tutti, baci e abbracci, quattro "ciacole" e un caffé, poi si va su nello studio di Enrico a cambiarsi e a prepararsi.

Indossiamo i pettorali e, soprattutto, tutti la stessa maglietta realizzata per l’occasione. Ecco l’emozione che sale. Ora c’è tutta la trepidazione per un grande trail e per un’avventura da percorrere insieme: 17 maglie color giallo sgargiante e 2 splendidi cani si avviano verso sud ad affrontare la spettacolare prospettiva settecentesca del monte Berico. Varchiamo un cancello arrugginito e poco dopo mi rendo conto di aver voltato pagina di essere uscito dalla civiltà attuale per entrare in una dimensione atemporale, onirica forse, una bolla senza tempo in cui la natura e l’uomo non sono la natura e l’uomo cui sono abituato.
ULTRABERICUS non è il nome di un trail, ma di un’isola che non c’è.
Boschi in abbandono con alberi abbattuti dal vento, macchie di cespugli spinosi impenetrabili, animali selvaggi che fuggono leggeri risalendo i pendii, piume di rapaci notturni sparpagliate sui sassi, infide rocce verdi e rocce riarse da millenni di sole, memorie di litorali erosi da oceani antichi, cenge albine, placche scoscese, passaggi fra rovi e grotte in cui gli avi hanno trovato rifugio e pregato i loro spiriti, capanne di sassi, di rami e di fango, scoline disegnate da mani sapienti, il mistero d’un lago inaspettato, e ancora ville, parchi e filari…
Eccoci all’ultima discesa, la scalinata dell’arco di trionfo, oltre il quale c’è di nuovo la città. Gli ultimi flash e attraversata la strada, rientriamo increduli nel tempo in cui siamo, correndo ovattati nelle vie del centro. Qualche applauso dal fondo del gruppo compatto e ringraziamenti a gran voce per Enrico che ha immaginato questo sogno e l’ha voluto condividere prima di tutti con noi, qualche incitamento per i più stanchi e acciaccati, gli ultimi metri e varchiamo le colonne di Piazza.
Grazie.
--
altri commenti e foto QUI

lunedì 12 ottobre 2009

Peggio di così... :-(

otto giorni fa ho partecipato, quasi per caso, alla corsa di montebelluna.
non la conoscevo, non l'avevo mai fatta (si, be' l'anno scorso avevo fatto la 5km col piccolo Vico), non avevo obiettivi, solo tanta voglia di correre e un paio di scarpe nuove da provare.

partito forte, come al solito, tirato dagli atleti sul percorso più breve, mi sono poi riposato un paio di chilometri, per chiudere infine con una bella progressione di 5km, a ritmi di soglia e anche oltre. senza cronometro ho tagliato il traguardo in buona posizione, e fiondatomi al ristoro mi sono pure dimenticato di chiedere a qualcuno il tempo impiegato.


ma lunedì e martedì mi dolevano le gambe e mi sentivo a terra e da mercoledì sentivo un po' di fastidi legati al classico raffreddore importato dalla scuola materna.
"ehi, ma domenica c'è la 1/2 maratona di Musano, quella del "mio" paese d'adozione... se vado così faccio un tempone!"

il raffreddore passa e non passa. sabato pomeriggio perlustro una parte del percorso, faccio il giro degli 11 km. sarà prudente correre così a buon ritmo se domani voglio fare bene? no, ma la voglia è troppa, faccio il giro e passo al campo sportivo a salutare mario che dà una mano nei preparativi.

domenica mattina mi sveglio col naso un po' tappato. poco importa che dopo pochi minuti di riscaldamento s'è liberato per bene.
mi accingo alla partenza, subito dietro il buon Lucio (che andrà a vincere) e parto bene. forte, ma non troppo, dopo il 1 km aumento, passo al 3° in 11 minuti. ottimo. poi mi aggancio a una donna che però aumenta e infatti al 5° svolta per il percorso da 11 km. ma quest'ultimo km l'ho sentito allora rallento un po' e mi affianco a uno dei pochi runner che ha svoltato per la mezza maratona. ma non passa nemmeno mezzo chilometro che una fitta lancinante al diaframma mi costringe a rallentare bruscamente poi a fermarmi per qualche istante. ero 6°, ora mi passano un paio di gruppetti, quando il dolore è passato riparto e riprendo a correre intorno ai 3 e 50 al km, agganciato, senza essermene accorto, a roberto-vuppauer, ma poi lo lascio andare (siamo al 10°) perché la testa vaga, non riesco a tenere duro e le gambe progressivamente s'irrigidiscono.
corro ancora fino al 14°, poi, da lì: uno strazio fino ad arrivare al traguardo con una corsetta leggera da jogging.
1h25'33"
di per sé non farebbe nemmeno schifo, ma mi dà fastidio perché è molto peggio di quello che potevo fare se non fosse andato così tutto storto.

ora, mentre pigio i tasti e mi soffio il naso che cola, sono combattuto:
"basta, la strada non fa per me"
"quand'è la prossima mezza maratona? ah, l'8 novembre a paese..."

martedì 22 settembre 2009

Antico Troi degli Sciamani 2009 - 1a edizione

Correva l’anno 2007, seduti a tavola, in trattoria, ascoltavamo Daniele Cesconetto svelarci un suo sogno profondo: l’ultratrail del Cansiglio, una gara di corsa in montagna tipo quelle che fino ad allora si organizzavano solo oltralpe, e che facesse compiere un viaggio, dal Pizzoc alle vette settentrionali e ritorno, un anello in senso orario fra quell cime, quelle foreste e prati, in cui aleggia ancor oggi qualcosa di magico e misterioso.
In quelle parole, in quello sguardo trascendente era già vivo l’Antico Troj degli Sciamani.

Anno 2009, mese di settembre, giorno 18, venerdì.
Ore 9. Ho appena portato Ludovico a scuola e mi aspetta una delle giornate più intense e faticose della mia vita: preparare quanto serve per la sua festa di complenno, o meglio, per sfamare quella miriade di cavallette umane che ci aspettiamo gremiranno il tavolo del parco presso cui allestiremo il banchetto.
Sabato 19
Ore 7. Non c'è scuola e non devo lavorare, ma mi tocca alzarmi. Vico è sveglio e Viola pure, che palle."Sì, ora mi alz...". La mia schiena!
Stessa data ore 14, "vado a fare un riposino, che stanotte non so quanto dormirò". Poco dopo: "ma che ca..o è tutto sto casino?".
Ore 16. "Parto, ciao. Ciao Vico, ciao Viola".
Ore 17.30. Lasciata l'auto in uno stradello laterale incontriamo subito Tiziano, sicuro protagonista della gara a venire, ma a sentir lui: giù di forma, acciaccato... "da luglio - dice - avrò corso sì e no 2 o 3 volte".
Non riesco a trettenere il sorriso perché ogni volta è la stessa storia."Io invece sto bene - gli rispondo - e questo è il mio compagno, Fabio. Giovane, ma un cavallo di razza".
La piazzetta del centro civico è gremita di gente e subito inizia quel turbinio di baci, abbracci, strette di mano, pacche sulla spalla che mi fa fare il pieno di emozioni.
Prendiamo posto in sala per seguire il briefing illustrativo delle gare, la nostra "Antico Troi degli Sciamani" e la ben nota "Ecomaratona dei Cimbri". Si parte ovviamente con quest'ultima (anzi prima parlano anche il sindaco e qualcun'altro). Gianni De Polo illustra minuziosamente il percorso della maratona, poi..., poi tocca all'ultratrail, ma niente, nessuna spiegazione, solo un filmato: 10' di pura emozione, immagini del Cansiglio, di Cesco(netto) e soci che corrono, e lo scrittore de Savorgnani che parla di quel luogo ("Ander de le Mate" o antro della madre, abitato da forze misteriose e frequentato da sciamani, maghi ed eremiti!), posto al vertice del nostro futuro viaggio e a cui si deve il nome del Trail.
Ore 19 e 30. E' l'ora del pastaparty. Ci si sposta al campo sportivo dove è allestito un gran tendone, tipo sagra, al cui riparo si trovano il palco e numerosi tavoli e panche. Ci sediamo con Roby e il fratello Giorgio, quel fulminato di "plusplus" e il mitico Cesconetto, che indossa fiero, ma modesto, la maglia dello Spartathlon 2008 (gara di cui è finisher!) e che la settimana prossima lo vedrà nuovamente impegnato nell'impresa inumana di compiere il tragitto Atene-Sparta di 246 chilometri no-stop. Ai tavoli attorno è pieno di amici e di atleti da salutare. Molti, quasi tutti, sono qui per la maratona, solo in pochi, ma buoni, perloppiù Spiriti Trail, per il troi.
Il pasta party è superbo. Non posso non elogiare pubblicamente le cuoche per quel gustoso sugo con cui hanno condito i numerosi piatti di pasta che ci siamo ingollati (e in più affettati e formaggi!).
Ore 20 e 30. Fabio mi guarda e ci intendiamo al volo. Zitti, zitti ci defiliamo verso la palestra dove dormiremo.In ingresso è allestita una tavola per la colazione e mi si sente subito a casa.
I due atleti trentini, Doliana e Varesco, stanno finendo di sistemare gli zaini e il materiale obbligatorio, come loro anche i padovani Gabriele e Francesco..., mentre in sala c'è un gran silenzio e buio, giacché non si trovano gli interruttori, ma forse qualcuno è già coricato?Prepariamo anche noi gli zaini e gli indumenti, poi appuntiamo i pettorali. Tutto pronto, si passa alla sistemazione del giaciglio e poi ci si corica, saranno sì e no le 21 e 30, quindi mancano 5 ore alla sveglia. Magari dormire subito!
Fabio si mette i tappi nelle orecchie e ce la fa, parte in un sonno profondo che lo accompagnerà fino all'ora programmata.
Io invece sto lì, immobile con gli occhi chiusi e... sarà il caldo, sarà l'emozione, sento le tempie che pulsano. Intanto arrivano anche gli altri atleti, alla spicciolata, ed è un gran rumorio di zip, materassini, pompe per gonfiarli, e bisbiglii. Fra le 22 e 30 e le 23 c'è finalmente silenzio. Ma non si dorme. Poi, magicamente...
Domenica 20. Un po' a singhizzo e con due risvegli intermedi, dormo fino alle 2 quando suona la sveglia di Davide. "Ma se dobbiamo alzarci alle 2 e 30 a che ca..o serve svegliare tutti mezz'ora prima?". Vabbe', seguo l'esempio di qualcun'altro e approfitto del buio per cambiarmi senza veli, poi vado in bagno. Mentre libero la vescica nella turca con la porta spalancata sento il "gio62", intento nelle abluzioni, che mi dice "mi sembra di essere in caserma". Esco dal wc, lo guardo, e ci scambiamo un sorriso.
Torno in sala dove c'è un po' di luce fioca, qualche sagoma nella penombra fra cui anche, perdonate la schiettezza, dicevo, anche un bel culo, ovvimanete femminile.
Ore 2 e 30, colazione. Mentre splamo di marmellata quell'unica fetta biscottata che mi impongo di mangiare, entra dalla porta un uomo con la barba. "Ma tu sei lo scrittore!" gli dico subito, lui sorride, borbotta qualcosa che non capisco, tira fuori una bottiglia termica e ci offre del caffé: wow! Zuccherato: bleah!
Ore 2 e 40. Sono già pronto e non so cosa fare. Nell'attesa pilucco più d'una mandorla sgusciata che vanno giù che è un piacere.
Esco e trovo i mitici Evelina&Fernando, sorridenti, come al solito, e sempre più giovani.Non so che ora sia quando saliamo in auto col Cimbro (Stefano) che ci porta giù a Vittorio Veneto per la partenza.
Ore 3 e 30? In piazza Sant'Andrea c'è un banchetto con del tè caldo. E un volontario che ce ne mesce dei bicchieri.
Un paio di fiaccole e i lampioni lungo il monumentale viale alberato tingono tutto di ocra. Arrivano anche gli altri. Non è per nulla freddo. L'ultima pipì su un cipresso. La spunta in ordine numerico. I primi (Moreno e compagno) passano le transenne e fanno per partire, tanto per loro il trail è un'esperienza che ha nulla a che fare con la competizione. Ma fra le risa di tutti vengono richiamati e fatti fermare.
Ore 4. Vedo Gianni che mima con la destra il numero tre e contemporaneamente lo sento iniziare il conto alla rovescia "tre, due, uno, partiti, e... vi accompagno io questo primo tratto" si gira e parte a razzo lungo la strada asfaltata, noi dietro di lui. Io cerco di tenere le gambe a freno, che Fabio s'è più volte raccomandato! Nei brevi metri di asfalto che ci separano dall'attacco della scalinata controllo Fabio, come a dire, "va bene così?". Ma controllo anche la testa del gruppo: Caverzan e Gasparini (Tiziano), i trentini, noi... e con grande stupore vedo un Cesconetto con le gambe luccicanti di olio subito all'attacco, seguito dal compagno Walter Possamai. Dietro di noi un gruppetto di atleti che non ne vuola sapere di farsi staccare. Mi aspettavo una partenza tranquilla, e invece... partiti a bomba.
Si svolta di scatto sulla destra, Gianni ci saluta augurandoci un buon trail, e iniziamo a saltellare sulle scalette che salgono a fianco della fontana. Ripeto, mi immaginavo una partenza più lenta, io stesso sento il corpo che, in orario così antelucano, non ne vuole proprio sapere di spingere forte. Lascio andare via le prime due coppie e mi accontento di controllare Cesco-Possamai, ma ecco che mi affiancano e ci superano i due del Mercurys (gruppo podistico locale, eccezionale per certi aspetti di cui dirò in seguito). Ma non sento più Fabio e in effetti è 50 metri più indietro. Approfitto del tornante per aspettarlo. Da qui in poi la salita è meno ripida, si lascia sulla destra la scalinata che sale a Santa Augusta e si imbocca quella strada corribilissima e piacevole che avevo fatto a ritroso con il Gran Raid, così mi pare.
Fabio fatica a tenere il mio passo, anzi no, sono io che faccio fatica ad adeguarmi al suo. E ho la conferma di essere un competitivo. E va bene, me la metto via, arriveremo quinti, chissenefrega. Così, appena dopo aver passato una casa isolata nel bosco, abitata di giovani e festanti nottambuli, lo aspetto e saliamo assieme, su per il bosco. In un attimo siamo all'Agnellezza e, fra un luccichio e l'altro delle fettuccie catarifrangenti, usciamo allo scoperto nel Buio della notte sotto una volta di stelle splendenti e sopra un tappeto brulicante di luci artificiali.
Che spettacolo: mi fermo, mi volto, lo ammiro.
Poi su di nuovo per sentierini intagliati nella costa del monte. Davanti a noi qualche bagliore ogni tanto mi fa capire che non abbiamo un grande distacco da chi ci recede. Poi delle voci dal bosco, trasalisco, ma proseguo. Al tornate si piega verso nord e si esce di nuovo dalla boscaglia. Ecco una frontale che mi s'avvicina dal lato valle, è Caverzan, che mi piomba sul sentiero risalendo dal prato e borbottando qualcosa. Dietro di me si piazza Tiziano, che lascio passare e aspetto il mio compagno. Soli soletti, nessuno davanti, nessuno di dietro, scavalchiamo finalmente forcella Pizzoc. Ecco gli organizzatori che ci aspettavano al varco e che ci salutano. Nel buio della notte riconosco Stefano Cimbro dietro la macchina fotografica e la voce inconfondibile del buon Pizzol che mi dice: "sei un grande". Così ci lanciamo nella facile strada sterrata prima e nel temuto sentiero nel bosco poi. Temuto perché me lo ricordo bene, dalle scorse edizioni dell'Ecomaratona: non è facile.
Ma stavolta è tutta un'altra storia. Ora anche Fabio è tranquillo e fa girare le gambe e quando inizia il "tecnico", be', ragazzi, lasciateci vantare un po', ebbene, sul tecnico "non ce n'è per nessuno".
In quattro e quattr'otto raggiungiamo le due coppie che ci precedono. I Mercurys e Cesco-Possamai. Subito si svolta bruscamente a destra e ci si infila in un canalino in discesa.Il sentiero (se tale può essere definito!) è un ostacolo continuo: massi bagnati, colate di fango, rami viscidi e di traverso. "Ehi, Cesco, ma ti pare il modo di tracciare i percorsi?", e lui "questo è il trail", "ma i rami potevi cavarli via, no?", "non c'erano...", "sì, ecco, li avrà messi il Mazariol!". Così, tra una battuta e l'altra, procediamo con cautela, poi però quando vedo che faccio fatica a stare dietro, mi lancio in un doppio-triplo-quadruplo sorpasso mozzafiato. E Fabio è con me. Troviamo un paio di addetti del Soccorso Alpino e diciamo loro che è meglio andare su ad avvisare del pericolo, piuttosto che stare in basso ad aspettare eventuali infortunati. Breve pausa e un secondo canalino, poi di nuovo su fondo più faciile e corribile e breve pit-stop. Poi non so come, ma sbaglio strada..., cioè son sempre sul sentiero, ma non ci sono più le fettucce. E' ancora buio, forse starà anche albeggiando là fuori, ma qui nella foresta non si vede una mazza, e c'è pure una certa nebbiolina. Ci fermiamo e ci guardiamo un po' in giro, proviamo a risalire e in effetti una trentina di metri più in alto vediamo prima due, poi altre due lucine.
Puntiamo a riprendere il sentiero e sbuchiamo al villaggio cimbro di Vallorch che attraversiamo alle calcagne dei Mercurys che ci avevano sopravanzati. E qui, saranno le 5.45, c'è già il loro primo sostenitore ad aspettarli. Il Mercurys è un gruppo numeroso e affiatatissimo, un vero spettacolo tutte quelle maglie arancioni... uno spettacolo però sarà destinato a diventare anche il nostro incubo. Ma ogni cosa a suo tempo.
E, a proposito di cose giuste al tempo giusto, pare che qui l'organizzazione abbia toppato! "Dov'è il ristoro?". "Non doveva essere qui il ristoro?". Tutti e quattro sbigottiti continuiamo a correre nei primi chiarori dell'alba.Giù di nuovo, mi pare, nel bosco e comunque poco dopo ci si apre davanti una visione celestiale: la piana del Cansiglio carezzata dalla luce delicata del sole che spunta, una leggera velatura di nebbia ricopre i prati come una trapunta, sullo sfondo le creste azzurre della catena montuosa settentrionale che ci stanno aspettando.
Con Fabio si chiacchiera correndo rilassati. Si parla, è ovvio, di UTMB e del suo recente ritiro. Poi si salutano i pascoli per riprendere a salire il crinale boscato. Altre voci nella penombra, dall'alto, poi ecco Tiziano che scende da destra, mentre noi si sta sì salendo ma più verso sinistra. Ha di nuovo sbagliato strada, dice, e Caverzan è andato avanti chissà quanto. Saliamo assieme, tranquilli, non disdegna il nostro ritmo onesto. Uno sguardo in fondo alla valle: le due maglie arancioni dei nostri inseguitori. Ma delle urla gravi prima confuse, poi nidite "Tiziaaanoooo, ... Tiziaaanoooo..." provengono dall'alto. E io, senza troppo strillare, "è qua, arriva!". Poco dopo scolliniamo ed ecco Caverzan incazzato nero che raccoglie Tiziano e se lo porta dietro ad un ritmo doppio del nostro "li avevo ripresi!", gli sento dire prima di vederli sparire tra i faggi.
Noi corriamo tranquilli, al nostro ritmo, senza fatica, senza ansia e gustandoci il paesaggio. Attraversiamo pascoli, incrociamo i loro abitanti, zigzaghiamo tra i relativi escrementi, e ci adeguiamo ad aprirne e a richiuderne educatamente i cancelli. Il terreno si incurva e comincia flettere morbidamente verso il basso, le gambe girano accarezzando il prato e davanti a noi si prospetta un carosello mozzafiato: Civetta, Pelmo, Marmolada (?). Giù in picchiata nella valletta, poi nel bosco, alternando sentieri da urlo "eh, eh, il tecnico è il nostro terreno" continuiamo a ripeterci beffardi, a stradine rilassanti.
In effetti è incredibile la dimistichezza e la facilità (istinto si potrebbe definire) che ho ritrovato in questi mesi, dopo un anno grigio-nero, ora le discese me le bevo, come birra fresca, ah! E Fabio è con me.
Siamo in terra d'Alpago e riprendiamo a salire lungo una comoda carrareccia.
A un certo punto un rumore di bastoncini ci fa trasalire. ci voltiamo di scatto e vediamo i due trentini che risalgono di buona lena.
"Siete andati a funghi?" faccio io per sdrammatizzare, ma loro non si lamentano e ammettono sportivamente di aver sbagliato per colpa loro, giacché si erano lasciati tentare dal taglio di un tornante...
Ci superano e risalgono a ritmo un po' più svelto del nostro. Tanto che, quando poco dopo incrociamo il cimbro Pizzol che ci propone un ristoro volante e ci ragguaglia sul percorso, vediamo le due divise giallo verdi a meno di un minuto davanti a noi. Poi è la volta del ristoro e lì ci informano dei distacchi: 15' dai primi, "Cacchio, stanno volando!", e 2' dai secondi "Ok, niente male".
Con la giusta calma beviamo e riempiamo le sacche negli zaini. Ma mentre siamo lì a chiacchierare... ecco gli arancioni che arrivano! "Via, via, Fabio, che loro son più forti in salita, non ci dobbiamo far prendere!!!". Le indicazioni sul prosieguo sono leggermente discordanti e contarddittorie (e qui scatta una piccola critica all'organizzazione: bellissima la carta topografica, ma una stampa in a4 del classico profilo altimetrico sarebbe stata utilissima per tenere sinteticamente sott'occhio la situazione) capisco comunque che ci aspettano 700 metri di dislivello in un paio di chilometri, un primo tratto duro e poi più corribile: vediamo. Andiamo su decisi, tiro un po' e Fabio prova a seguirmi, ogni volta che si stacca lo aspetto, lo recupero e lo incito a non mollare, "è l'ultima grande salita, da lì poi si corre, è il nostro terreno", "se non ci prendono qui non ci prendono più", e mi volto ogni tanto a controllare. Quando siamo in cima alle rampe ripide li vedo di sotto, sempre intorno ai 2'. Siamo in alto, spiana, usciamo dalla vegetazione, rilanciamo il passo e scorgiamo in alto l'Ander, l'ultimo sforzo a denti stretti. Fabio tiene duro perché nell'animo è forse anche più competitivo di me. Passiamo davanti all'antro a dir poco inquietante e mi domando perché non ci abbiano fatto anche entrare,al che mi tocca resistere al desiderio forte di andarlo a esplorare (e un po' me ne vergogno, lo ammetto). Salutiamo i volontari del controllo che, se non ricordo male ci invitano alla prudenza nel tratto a seguire e che ci segnalano avremo 10 km tutti in discesa. "Ok, grazie" e ci lanciamo giù, ma non prima di aver dato un ultimo sguardo agli atleti del Mercurys che risalgono anche loro su all'Ander.
Ecco, allora, ci lanciamo..., ci cosa? Dov'è il sentiero? Semplice: non c'è! Scorgo le fettucce fra le erbe e gli arbusti bassi, noto anche il passaggio di chi ci ha preceduto, e allora ci proviamo, ma non è facile, è tutto sconnesso e un po' scivoloso. Poi finalmente il sentiero e... "questo è il nostro terreno, evvaiii!" corriamo felici, davvero. Poi però non vedo più fettucce, il sentiero è quello, sì., ma piega a destra e l'orientamento mi dice che punta alla base della salita già fatta... non mi convince. Il dubbio ci blocca e ci costringe a pensare e a tornare sui nostri passi fino all'ultima fettuccia incontrata. "Bah, non pare vi siano alternative" quindi si riprova per il sentiero, ripassiamo dove ci siamo fermati e... poco dopo una fettuccia. "Azz...", "va be', dai..." comunque è un sollievo. E da qui la discesa va via liscia senza intoppi, prima su sentiero e poi su carrareccia fino alla sbarra e alle opere di ingegneria naturalistica. Pit-stop. La discesa è finita e si corre in piano. Mi metto davanti e imposto un ritmo di crociera, ma Fabio accusa la salita affrontata a tutta... fatto sta che poco dopo il suo passo assomiglia a quello di un pensionato che fa jogging, avete presente quelli col k-way e il cappuccio in testa anche d'estate?
Neanche la successiva discesa lo fa recuperare. Un paio di salite nel bosco, con relative picchiate e un po' di saliscendi lo stendono definitivamente, si piega a destra prendendo una carrareccia in leggera discesa e quasi quasi non riesce nemmeno più a correre. Ha lo sguardo nel vuoto, il respiro affannato e l'andatura a ciondoloni. "Ma hai mangiato? Sei in crisi di zuccheri, ciucciati un gel!". La vedo brutta, mancano ancora 20 chilometri e lo spettro del ritiro inizia ad aleggiare nell'aria. Ma in un modo o nell'altro raggiungiamo il Pian Cansiglio, sulla destra il prato innaturale del golf, ad accoglierci un po' di spettatori, amici, parenti, sostenitori del Mercurys, ci incitano sportivamente "Bravi, bravissimi, forza...", ma poco dopo suonano le trombe, mi volto e dietro di noi li vedo avvicinarsi a velocità doppia.
Lo comunico un po' rassegnato a Fabio che però reagisce scuotendosi dal torpore della crisi. Non passa un secondo che all'imbocco del sentiero troviamo un gentilissimo invito ad approfittare di un ristoro improvvisato: coca cola a go-go! "Dai Fabio che ti fa bene", e lui la beve di gusto. Nel frattempo il ristoratore dice che mi conosce e che lui è il marito della fortissima Sonia. E' un po' preoccupato per lei e io lo tranquillizzo (in effetti non avrà problemi a vincere la gara femminile!). Ancora salita, stavolta sto dietro al mio compagno, e respiro l'odore acre del sudore di chi sta soffrendo. Poi si scollina e si va un po' su e giù: Fabio si lancia in allunghi insperati e addirittura troppo svelti per il mio passo. Ma la festa finisce presto e lungo l'ennesima carrareccia corribile si inchioda trascinandosi a fatica. Sbuchiamo sull'asfalto assolato, attraversiamo la strada che sale dalla piana friulana, siamo alla Crosetta, e io consulto per la prima volta la mappa: "che ca..o" penso fra me e me "non è mica finita!".
Ancora maglie arancioni a bordo strada, qualche metro prima del ristoro. Ma il loro tifo ci suona stonato perché ormai l'unico motivo che ci fa tenere duro è la sfida coi loro beniamini. Io mi sento un po' in colpa a girarmi a controllare, ma per fortuna non c'è nessuno. Beviamo un po' di sali, forse prendo su un'altra bottiglietta e, col disappunto della signora del ristoro, non mangiamo nulla, "ma come?".
La tranquillizzo: "abbiamo riserve negli zaini, grazie". "Ah, va ben", e ripartiamo. Tempo di prendere il sentiero e di leggere il cartello che segnala mancare ancora 12 chilometri e sentiamo di nuovo il consueto squillo di trombe a salutare gli atleti alle nostra calcagna. "E' l'ultima salita" continuo a ripetere come già altre volte, e ancora una volta si scollina, si spiana per poi riprendere a salire. Prati, bosco, ombra sole, cancelli e pascoli minati di cacche bovine, brevi discese, ghiaie e il Pizzoc alto sullo sfondo contrastato da un cielo un bel po' grigio. "Chissà quanto dovremo salire ancora, chissà quanto Fabio resisterà ancora a questo calvario..." continuo a pensare fra me, e ogni volta un filo di voce mi richiama all'attenti "Emme... visuale lunga... situazione alle spalle...". Poi come un miraggio appare casera Cadolten e con questa apparizione anche uno dei dubbi più atroci "e adesso ci fanno scendere beati o ci infliggono la variante proposta per l'Eco dei Cimbri?". C'è della gente e rivolgo a loro la mia domanda "adesso si scende?", "sì, sì è tutta discesa" e tal quale riferisco allo zombie che mi trascino da molti chilometri. Ristoro. Gli propongo la cola, mi pare,... ma non gli lascio il tempo di finirla con calma perché vedo scollinare e scendere in picchiata verso il ristoro... proprio una maglia arancio del Mercurys. "Eccoli, Fabio, non facciamoci passare proprio adesso che è fatta". E così si riparte sulla carrareccia in leggera discesa. La strada comincia pian piano a puntare verso il basso quando una freccia decisa decreta che la dobbiamo lasciare per quel budello di sentiero che si inerpica su per la riva . "E' il sentiero della terra nera, di cui parlavano ieri sera al briefing!" non c'è più dubbio, abbiamo il finale in comune con la maratona. Arranchiamo nel tarverso sconnesso e in contropendenza, poi ci lanciamo... o meglio mi lancio, nella discesa nel bosco. "Dai Fabio, forza" lo incito a mollare le gambe "qui sul tecnico!" e a passare i due atleti impegnati sulla distanza breve che a mia volta avevo già passato. Incrociamo un sacco di gente del soccorso alpino e dell'organizzazione, il sentiero è attrezzato con funi che fungono da parapetto, ma non me ne servo tant'è deciso il mio andare. Poi il sentiero punta decisamente verso il basso e mi convinco che ormai è fatta. Anche Fabio ci crede, ma non appena atterriamo sulla strada sterrata gli crolla il mondo addosso. Si va su, in salita, ancora! Gli ripeto quanto diceva Gianni la sera prima: "sono solo 300 metri in tutto". Ancora una volta ci crede e ancora una volta è una balla, a mia insaputa però. E' dura, durissima, Fabio barcolla, sul serio lo vedo male, ma per fortuna c'è un ristoro e ancora una volta la coca cola. Mancheranno tre chilometri ma in queste condizioni sono un'eternità. E oltrettutto non è nemmeno una discesa facile e filante. Dapprima è strada sterrata con sassi grossi che rotolano via, e allora cerchiamo di correr sui bordi più morbidi e meno impervi, poi un bel prato da attraversare, ma poi ancora stradina nella macchia, poi un falsopiano in salita, fra le case, ... mi volto un attimo e "aaaaaarrrghh", "Fabio, è qua, è uno solo, ma stanno arrivando, non mollare", poi mento consapevolmente "abbiamo 40" di vantaggio e manca un chilometro, non ci possono prendere", per fortuna ora è tutta strada, tutto asfalto, tutta discesa, con una pendenza così bella che correrebbe anche un morto... e così la lunga falcata di Fabio ci fa passare come un fulmine a lato del cartello "ultimo chilometro", lo sento appena mugugnare qualcosa, poi è la volta della piazza del municipio, del centro civico, dove c'era l'arrivo fino a un anno fa, un'altra bugia "400 metri" e continuo a voltarmi, ma ormai il passo è deciso e sostenuto: corriamo!
Poi d'un tratto compare il doppio arco gonfiabile del traguardo, e io ho il consueto dubbio "qual è quello buono?", poi Alex, lo speaker, che ci acclama a gran voce, parla di me, ma non ascolto quello che dice, ma spicco un incredibile salto in aria. Poi parla di Fabio e io lo indico sottolineando la sua grandezza, poi ci prendiamo per mano ed esultiamo sfondando il traguardo in 3a posizione dopo 9 ore e 50' circa.Subito strette di mano, baci, complimenti e ... un'intervista volante concessa senza troppi problemi di fiato.
Per la cronaca: la maglia arancione che ci inseguiva nell'ultima discesa era un atleta della maratona, scoprirò poi che De Conti e Morandin, cui va tutto il mio plauso, hanno dovuto affrontare pure loro dei momenti di crisi.

Fabio è contento, lo so, ci teneva più di me a questo risultato e se l'è meritato anche più di me. Ora si siede sul prato, poi su una sedia, poi sul marciapiede, con Chiara, la sua fidanzata che lo guarda con dolcezza. E' giovane, ne deve imparare ancora di cose, ma... ha grinta il ragazzo!

venerdì 28 agosto 2009

martedì 11 agosto 2009

giro del Civetta

ancora un Trail, ancora un Video:




per scaricarlo in alta risoluzione: QUI

lunedì 27 luglio 2009

un pomeriggio d'estate...

per scaricarlo in alta risoluzione: QUI

lunedì 20 luglio 2009

Blumon marathon

20 Lug 2009 11:21:43
Roby (cell)
"Oggi è bello ricordare un fine settimana entusiasmante assieme a dei cari amici. Naturalmente aspetto un racconto sul tuo blog su qs tua prima skyrace. SANI"


È vero, Roby, non posso non commentare... la mia prima skyrace.
Già! nonostante siano vent’anni che corro per sentieri, l'ho sempre fatto intorno a casa e senza mai cimentarmi in quelle gare che si fregiano del blasonante marchio registrato.

Ma sta volta ci hanno messo lo zampino il buon Lucio Fregona e l’amico Roberto. E così all’invito estemporaneo fatto durante il riscaldamento dell’ennesima garetta sulle colline del prosecco ne è seguita una vera e propria trasferta agonistica: un campione mondiale, il figlio del campione e 2 corridori dilettanti, tutti e quattro nella stessa auto, belli comodi per carità, ma costretti ad un viaggio di 4 ore, al termine del quale però si palesa un panorama mozzafiato e paradisiaco. Una valle ampia e verde, una piana coronata dai boschi e nel cui mezzo scorre un torrente. Una strada che piega subito a sinistra e in cui non passano auto, un paio di case e basta! E nel bel mezzo di questo anfiteatro l’arco gonfiabile e le strutture predisposte per la corsa dell’indomani.

L’aria è frizzante e chi è più esperto, guarda caso il buon Lucio, si copre subito, mentre noi pischelli ci ritroviamo dopo un po’ a battere i denti.
La cena e la serata scorrono veloci, tra una battuta e l’altra, divertenti e rilassanti.

Dormire a 10 metri dalla partenza è una comodità unica e così la mattina dalle 6 alle 9 facciamo a tempo a fare di tutto e di più: toilette, colazione, toilette, battutine, preparativi, passeggiata, battutine, toilette, preparativi, massaggio, riscaldamento, toilette, preparativi... e finalmente punzonatura, briefing e ...

Schierate davanti le donne (be' insomma, almeno è un bel vedere), poi tutti noi, con in prima fila i top, naturalmente. Io sono subito dietro a Lucio, a Rambaldini e Melzani, in seconda fila che ascolto attento il conto alla rovescia e ... VIA!

50 metri di asfalto in leggera discesa e si piega subito a gomito già a sinistra per prendere la carrareccia che si addentra nella piana del Gaver. Mi faccio strada educatamente fra le donzelle quando mi vedo quasi travolgere da un'ondata di concorrenti che tagliano il tornante giù per la riva erbosa e rimpolpano il gruppetto di testa.
Due chilometri di pianura da correre a buon ritmo e poi è la volta della salita.

Aveva ragione il buon Lucio: è dura, ma non è impossibile, ha pendenze accettabili, corribili, a parte brevi tratti, per poi spianare o riaddolcirsi. Solo che è lunga, molto lunga e le mie gambe si irrigidiscono presto. Sarà stata la partenza un po' svelta? O la quota che non fa ossigenare i muscoli? O la carenza di allenamento specifico? Non lo so, sta di fatto che rallento un pelo, ma tengo duro su per i sentieri a zig-zag. E nei tratti ripidi recupero qualche metro a quello che ho davanti a me anche se mi angoscia un po', lo ammetto, quel trenino lungo che mi sta alle calcagna: ma qui vanno tutti come dei dannati! "Venderò cara la pelle" è la frase, peraltro di dubbio gusto, che mi ronza in testa fino al passo del Termine poi, se non ricordo male, il sentiero piega a sinistra e, sempre in salita, va alla volta della quota più alta del percorso: il passo Blumone (2.633 m).

Eccola qui la vera difficoltà di questa gara che, almeno per me, è stata la natura aspra e accidentata del terreno fatto di sfasciumi post glaciali.
Tengo a fatica il ritmo delle salomon che ho davanti, le fisso bene, sì da seguirne i passi, almeno ci provo. Si alternano tracce di sentiero su pietre acuminate, a enormi massi da aggirare o saltare, poi una lastra obliqua da attraversare nonostante l'assenza di appoggi. Emulo sempre quelle scarpe rosse che ho davanti, ma con minor convinzione, tanto che, con entrambi i piedi mi sento scivolare verso il basso, ma la velocità di marcia è tale da consentirmi di attraversarla senza cadere. Ma ecco che, come un flash, l'immagine dei miei bimbi, mi riporta alla realtà consigliandomi di procedere, imbranato sì come un cittadino, ma senza affanno e con buon senso. 5 chilometri su 25, i più tecnici ed evidentemente quelli in cui si può fare la differenza, in cui mi passano tantissimi concorrenti. E io, ormai rassegnato, mi faccio ogni tanto da parte per non far correre rischi inutili. Certo che quassù è uno spettacolo e i vari campi di neve sono un vero spasso, specie quello in cui ci si può far scivolare giù senza problemi: wow!

Si scende al lago della Vacca, ecco la diga e il ponticello che ci fa attraversare la valle, poi un po' di salita e di nuovo discesa. Poi un ambiente speciale, con sabbia bianca e fine fra i mughi. Tanta gente ad applaudirci e ad incitarci e poi giù per una discesa preannunciata molto tecnica.
Ma questa è alla mia portata il fondo è di terra e sassi a slalom fra arbusti e massi affioranti. Ci provo!
Mi passa ancora un concorrente, forse due, ma non sono io che vado piano stavolta, sono due specialisti. E infatti assieme a loro ne recupero 1, 2, 3, poi inizia un pratone (mi sento sempre più a casa) e allora mi lancio senza timore anche se sento un tallone che comincia a scaldare. Passo altri 2, 3 concorrenti compresi quelli che mi avevano guidato in discesa. Poi una stradina sterrata, ripida e a tornanti, anche questa è il mio pane: recupero altri 2 atleti in difficoltà. Siamo giù, nella piana, ma ci fanno tornare per un sentiero nel bosco con due brevi scollinamenti, supero un altro atleta, e una salitella finale nel prato con a mira l'arco del traguardo. Ecco Lucio e Roberto (non Roby, ma suo figlio) che mi vengono incontro incitandomi. Io sono rilassato, li saluto e chiedo a Lucio com'è andata. "Quinto" mi risponde, ma sento suo nel tono un po' di stupore per la mia domanda a suo modo di vedere fuori tempo "vai, corri al traguardo che è finita". Finita un cacchio c'è sto prato terribile in falso piano e col vento contro... poi al contrario la curva a gomito e gli ultimi 50 metri d'asfalto già fatti in partenza. Lo speaker fa il mio nome seguito da Spiritotrail e penso: mamma mia questo è tutto un altro mondo.

Poi arriva Roby, che ha corso con grinta e ha tagliato il traguardo soddisfatto e sorridente (finalmente!).

Una corsa, un'esperienza, delle emozioni da rivivere!